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Le parole sono importanti – 4

07/05/2017

Quando da più parti (ministero, Europa, pedagogisti, colleghi vari -sia i sacerdoti delle psicostronzate sia i robottini indottrinati- e società in senso lato ma soprattutto i padroni) si insiste sulle competenze come fine ultimo dell’apprendimento scolastico, chi più di chi insegna latino e greco dovrebbe essere concorde e felice? Chi più di chi insegna latino e greco è consapevole che non basti saper declinare alla perfezione i nomi latini e greci con tanto di eccezioni, essere impeccabili nella coniugazione e conoscere dettagliatamente le regole sintattiche? Chi più di chi insegna latino e greco sa che le conoscenze teoriche siano sì importanti, ma debbano trovare riscontro nella pratica della traduzione e dell’analisi morfosintattica, vale a dire che se sai che rosis è ablativo plurale, ma poi quando lo trovi in una frase o non lo riconosci o non lo sai tradurre, saperlo e basta in pratica non serve a nulla?

Eppure. Dato che solitamente non dormiamo in piedi, da queste parti si è capito benissimo che insistere così tanto sulle competenze è un ulteriore passo in direzione della morte della scuola, perché il passo successivo, che manca soltanto ormai dell’ufficialità, è insegnare solo quello che serve. La prova? La presenza tra le competenze chiavica, pardon chiave, europee e italiche del problem solving e dello spirito imprenditoriale. E poi chi decide quello che serve e quello che non serve? I padroni.
Per questo chi si presta al gioco, ad esempio, di abolire la versione alla maturità classica in favore di un bel paraustiello sul discorso di Calgaco o sulle Talisie di Teocrito non si rende conto di giocare involontariamente a favore dei nostri nemici, dei nemici della scuola, di quelli che in 20 anni, dal Berlinguer sbagliato in poi (ma anche l’ottimo D’Onofrio ci mise del suo, lui e i corsi di recupero), hanno distrutto la scuola pubblica.
A che cosa serve, al di là delle competenze sulla traduzione (anch’esse, a che servono? Basta avere la competenza digitale per usare google traduttore), tradurre correttamente il latino e il greco? Via la traduzione! Basta una bella comprensione del testo, aiutati sia dal manuale di letteratura, che deve essere articolato per competenze, mica cazzi, e non deve essere troppo difficile, sennò poi poverini gli alunni non ci capiscono niente, con buona pace della competenza passiva blablabla, sia dal testo originale corredato di note e traduzione, dimodoché basterà sapere il contenuto di un brano in linee generali e poi imbastire un bel discorso, cosa che un giovane può riuscire a fare senza particolari sforzi, facendo leva solo sulla sua anima inquieta da eroe romantico. Prossimo passo: ma questo latino, questo greco, sono poi così importanti? È così importante comprendere testi di Orazio, Tacito, Tucidide, Mimnermo, anche nelle linee generali? No! Che te ne fai? Via il latino e il greco! E Dante? E Petrarca? Via la letteratura italiana e straniera! Via la storia! Via questo! Via quello! Le poesie a memoria? Orrore! A che cosa serve sapere le poesie a memoria? Per potenziare l’abilità mnemonica e quindi la competenza [inserire aggettivo particolarmente idiota] basta impararsi le formazioni di calcio!

Postilla linguistica. La competenza dovrebbe essere un traguardo finale e conclusivo: si è competenti in letteratura, in storia delle religioni, in chimica organica dopo anni di studio approfondito, anni che portano il competente a poter discettare con sicurezza e cognizione di causa su determinati argomenti, esprimendo giudizi, argomentando in maniera rigorosa e padroneggiandone i fondamentali e i dettagli. Si dice incompetente a chi millanta di saperne relativamente a una determinata branca del sapere teorico o pratico e poi non ne sa in realtà nulla.
Che senso ha certificare una competenza sulla prima declinazione? Sui verbi irregolari? Su una parte di quello che occorrerebbe sapere su un determinato argomento o di una determinata disciplina o anche lingua?

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