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Le parole sono importanti – 2

16/03/2017

Ancora, ciò che ci dà il polso della situazione nella scuola è l’uso del didattichese, quell’anti-lingua o neolingua che vorrebbe essere un linguaggio settoriale come tutti gli altri, ma che è composto in percentuali tossiche da fuffa e malafede. Prendete le competenze, già ne ho scritto e anche Salvatore Settis ha detto parole definitive. La spendibilità nel mondo del lavoro. Anche qui, ne ho parlato già nello scorso post e ne ha parlato anche Amleto De Silva in un post che già ho linkato e che voglio linkare ancora. Questo linguaggio assurdo, e i suoi contenuti che sono ancor peggio, ahinoi hanno fatto breccia nei cuori di alcuni colleghi, che ripetono le parole d’ordine come un mantra: competenze, didattica personalizzata, didattica individualizzata, sanno alla perfezione quale sia la differenza tra unità didattica e unità di apprendimento, programmano compiti di realtà e compiti autentici, disprezzano il modello trasmissivo, discettano con cognizione di causa di mastery learning, scaffolding, cooperative learning come antidoti alla noiosissima lezione frontale, e sono molto ben formati (e non a caso si parla di “formazione”, come se dovessero fare i muratori o gli estetisti) su tutte le metodologie didattiche all’avanguardia, sono convinti che l’apprendimento è negoziazione di contenuti secondo quanto afferma il costruttivismo (che poi vorrei capire come fai a negoziare i contenuti del programma di matematica: se per il docente 2+2=4 e l’alunno ceppone non sa fare 2+2, e magari dice che fa 22, che facciamo, negoziamo un bel 13 e tutti contenti?). Un lavaggio del cervello, una cura Ludovico da far accapponare la pelle. Non metto i link, cari miei pochi lettori, perché sono cose brutte brutte brutte da leggersi: se siete docenti e avete fatto più o meno il mio percorso le sapete e volete magari dimenticarvele, se non lo siete non sarò io a farvi venire gli incubi.

Quello che mi inquieta è che sabato scorso una mia collega (insegniamo al Classico entrambi), meno giovane di me, persona che stimo e ritengo un’ottima insegnante sia per la conoscenza della materia sia per la consapevolezza della professione che svolgiamo, parlando con il preside, ha detto una frase che mi ha fatto venire i brividi: «Noi diamo delle competenze ai ragazzi, che poi saranno spendibili nel mondo del lavoro». Questa cosa mi ha fatto e mi fa stare male fisicamente: se una collega così, anche una collega così si esprime in questo modo inter nos (il mio preside non è né uno sceriffo né un fissato con questa fuffa didattichese, anzi è persona di eccezionale serietà e umanità, oltre ad essere uno che svolge alla perfezione il suo lavoro, e non lo dico per piaggeria perché non leggerà mai queste mie righe, e comunque che io lo stimi lo sa benissimo, e sa anche che io con il potere non ho mai avuto un gran bel rapporto, e che finisco facilmente sulla lavagna dei cattivi), dicevo, se una collega così si esprime così davanti a me, al preside e a un’altra collega amica nostra, è indice del fatto che le cose non vanno bene, che il lavaggio del cervello sta agendo anche sui migliori di noi, su quelli più restii a diventare dei robottini indottrinati come i colleghi di cui sopra.

E questo è tragico. Le resistenze stanno cedendo.

 

 

Continua con la terza parte, segue dalla prima parte.

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