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Le parole sono importanti – 1

15/03/2017

In realtà non so se ci sarà una seconda parte, una terza parte, una quarta parte, una dodicesima parte, ma da buon kierkegaardiano ritengo che ogni scelta sia una tragedia, un dramma, quindi quante più porte aperte mi lascio meglio è.

Da quando si parla di “formazione” la scuola è cambiata, diventando sempre meno attenta ai contenuti e sempre più attenta a creare connessioni con il mondo del lavoro, qualunque cosa significhi. Oltretutto si parla di “offerta” formativa, di “credito” e “debito”, termini non a caso appartenenti alla lingua dell’economia. La scuola offre, cioè vende un prodotto (la legge della domanda e dell’offerta), e gli alunni possono essere in debito o in credito con essa; per il debito c’è un apposito piano di rientro, gli IDEI (chiamarli corsi di recupero faceva brutto), Interventi Didattici Educativi Integrativi -sulla cui (in)utilità mi taccio. Se non rientri del debito c’è la non ammissione, che a questo punto che aspettano a chiamarla default?

Il credito invece sono i punti-maturità. Che cosa c’entri un punteggio che concorre a fare il voto finale dell’esame di Stato con la metafora cretinissima del credito solo l’idiozia dei nostri legiferatori ed esecutori lo sa. A questo punto anche i punteggi dei concorsi derivanti da titoli li possiamo chiamare crediti, no? E poi se c’è un credito c’è anche un debito, e viceversa. La scuola ti pignora lo zainetto se prendi 2? Puoi appropriarti di un pacco di fogli se sei in credito?

E vogliamo parlare del “successo formativo” che ha di fatto sostituito il vecchio e caro “diritto allo studio”? Dal modello trasmissivo al modello Mediaset: tutti hanno diritto al successo, quello che conta è il successo. Se vai male sei uno sfigato, sarebbe il sottotesto: ERRORE. Ripetete con me: “tutti hanno diritto al successo formativo”, e se necessario guardatevi l’articolo 1 del DPR 275/99, la Riforma Berlinguer insomma. Ripetete ancora una volta “successo formativo”. Suona bene, ve? Eppure contiene il virus della formazione al posto dell’istruzione che già abbiamo individuato, e anche il sottile suggerimento che bocciare è una cosa orrenda, e che se bocci sei tu che non sai insegnare. Non vorrai mica privare i ragazzi del successo? Non vorrai mica dire che non sono persone di successo? Il loro insuccesso, par di capire, non è dovuto al fatto che non studiano, che non si impegnano, che il pomeriggio preferiscono passarlo a guardare stronzate al computer, a conversare con diecimila persone che non conoscono sul fesbuc o sul tuider, a whatsappare compulsivamente, a impennare coi motorini o a togliersi i nippoli dall’ombelico. Non è dovuto al fatto che hanno magari sbagliato indirizzo scolastico, che credevano che il latino e il greco fossero facili e invece bisogna studiarli per ore, chi l’avrebbe mai detto mannaggia mannaggia. No, è dovuto al fatto che tu non li hai capiti, non li hai motivati, non li hai fatti sentire persone di successo. La sufficienza ormai è quasi (e per gli ordini inferiori di scuole leviamo pure il “quasi”) un diritto acquisito. Non importa che i ragazzi studino, non importa che se ne escano con un’istruzione, non importa che capiscano quello che c’è da capire nelle discipline scolastiche. No. Importa che siano “formati”, e che abbiano “successo”. La scuola insomma degradata a un maxicorso di formazione, e che quindi ne mutuerà tutti i limiti di una specializzazione estrema che paradossalmente spesso è coniugata con una certa superficialità, ma il paradosso è solo apparente: ti insegnano solo quello che ti serve, non il perché una certa cosa va fatta in un certo modo, e ciò ha un senso, in quanto se devi fare la manovra di Heimlich a poco ti serve una preparazione completa sulla fisiologia dell’apparato respiratorio, ma appunto, un corso di formazione sul primo soccorso non è una laurea in medicina. La scuola degradata alle accademie televisive in cui impari a cantare, ballare, muoverti sui mignolini, eseguire l’inno nazionale del Kurlundu con il buco del culo: quello che conta è che tu abbia successo, non che tu sappia. Per questo l’alternanza scuola-lavoro introdotta dalla Moratti e resa obbligatoria dalla Giannini non è il male assoluto, bensì è il coronamento di un piano preciso, è l’evidenza evidentissimamente evidente del modello di scuola che da 20 anni a questa parte sta avendo il sopravvento.

Per questo le parole sono importanti.

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