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Sono un incompetente

12/08/2016

Allora, il 3 agosto ho superato con il minimo la prova orale del concorso per la classe di italiano, storia e geografia sia per le medie che per le superiori. Invece il 6 non ho superato la prova di latino, in quanto sono un incompetente sulle competenze. Ma la cosa divertente è che ne vado fiero.

Le competenze (da pronunciarsi competénze, con la e chiusa perché fa più serio), secondo il DM 139/07, “indicano la comprovata capacità di usare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche, in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e/o personale; le competenze sono descritte in termine di responsabilità e autonomia”. E lasciamo stare quell’“in termine” anziché “in termini”. E lasciamo perdere anche quel “capacità di usare (…) capacità”. Il fatto è che, come ci chiede l’Europa, a scuola dobbiamo promuovere le competénze, a partire dalle competénze chiave elencate dal parlamento europeo nel 2006, trasformate da Fioroni nel 2007 in competénze di cittadinanza e specifiche degli assi culturali (4 grandi aree disciplinari). Interessante, nel testo europeo, è il fatto che nelle competénze (definite “per l’apprendimento permanente”!) c’è lo spirito di iniziativa e l’imprenditorialità.

Orbene, io quando sento la parola imprenditorialità, come riflesso condizionato mi metto a cantare Voglia di biscione, ma questo è un fatto mio. Quello che spaventa è l’idea che l’Europa unita e l’Italia in prima fila hanno della scuola. Quello che voglio dire, in soldoni, è che le riforme Gelmini e Giannini (ho ribrezzo a chiamarla “buona scuola”) altro non fanno che completare un disegno in cui nella scuola i contenuti sono oramai un optional, quello che conta sono solo le competénze, le stramaledette competénze. Insegni Dante? Devi preoccuparti alle competénze che attivi. Insegni le disequazioni? Devi sapere, in un’ottica di alternanza scuola-lavoro (non a caso abbreviata in ASL) quali sono le competénze attivate, nei casi più hardcore devi integrarle in un modulo di alternanza scuola-lavoro (oh sì! dai! integrami tutto! modulizzami le competénze!). Sia mai che uno insegni una cosa senza ricadute pratiche, sia mai che uno voglia promuovere la curiositas cognoscendi. In pratica, arriveremo a un punto in cui davvero i contenuti disciplinari saranno un dettaglio ininfluente, in cui non ci sarà più differenza tra la scuola e quella stronzissima metafora dell’università della vita, che è l’argomento-clou dei cepponi che, siccome a scuola prendevano 2 appena aprivano bocca o posavano la penna sul foglio perché non era proprio arte loro applicarsi, dopo anni che hanno sognato di levarsi i paccheri da faccia ora danno sfogo al loro revanscismo da miserabili sostenendo che la scuola non serve a niente, quello che conta sono le esperienze di vita, la scuola è roba per figli di papà che non hanno bisogno di guadagnarsi da vivere e perdono tempo sui libri (lo dicano al proprio medico quando ne affollano lo studio perché gli fa male un pelo superfluo). E che noi insegnanti siamo privilegiati, fannulloni eccetera. Ora, in pratica, tanto l’Europa unita quanto la sua emula stracciacula, cioè l’Italia, danno ragione a questa gentarella perché quello che importa sono le competénze, perché la conoscenza delle cose non va bene da sola, e fin qua sarei pure d’accordo, se tutto questo non si traducesse in un ruolo totalmente ancillare dei contenuti disciplinari, che come ho già detto poc’anzi stanno diventando sempre di più un optional.

Come lo è stato per me alla prova orale di latino del concorso a cattedra (ho invece superato quella di italiano). Dopo aver illustrato una lezione su Ovidio, Amores I, 9, le domande che mi sono state fatte sono:

  • come integrerebbe questa lezione in un modulo di alternanza scuola-lavoro
  • quali competénze relative alle prove invalsi della maturità, che forse e sottolineo forse saranno introdotte alla fine dell’anno scolastico che sta per iniziare.
  • differenza tra unità didattica e unità di apprendimento

Ora, le risposte alle prime due domande sono irrintracciabili nel libro delle avvertenze generali che ho comprato, ma questo forse è un problema solo mio, possono tranquillamente rispondermi che dovevo leggermi le normative ecc. ecc.; alla terza ho risposto con le quattro chiacchiere che stavano scritte sul libro ma anche qui vale la stessa obiezione. Anche se, all’atto pratico, conoscerne nei dettagli le differenze è un esercizio, mo ci vuole, sterile sterilissimo. Nel senso: se dobbiamo approntare delle unità di apprendimento, a che ci serve sapere in che cosa si differenziano dalle obsolete unità didattiche?

Insomma, vedo una schizofrenia di fondo in tutta la governance del sistema scolastico. Da un lato dobbiamo promuovere le competenze, dall’altro da noi si cercano conoscenze pure approfonditissime e tanto specifiche da essere quasi monotematiche; da un lato tutto deve essere finalizzato alla costruzione di competénze, dall’altro non va bene che uno abbia nel suo bagaglio il problem solving, quello stesso problem solving che dobbiamo promuovere. Vale a dire: a me sinceramente non me ne fotte un emerito cazzo dell’integrazione di un’elegia di Ovidio in un modulo di alternanza scuola-lavoro. Non me ne fotte fin quando non viene un preside, una vicepreside, una funzione strumentale, insomma qualcuno che abbia il potere di farmi porre il problema, e a quel punto storto o morto mi dovrò porre il problema, per il momento le curvature disciplinari dell’insegnamento del latino non è nemmeno l’ultimo dei miei pensieri: non è proprio un pensiero. Dice: eh ma uno le cose le deve sapere. Certo, ma esiste anche l’espressione latina cum grano salis, cioè le cose vanno prese con un pizzico di sale in zucca. Vale a dire: non mi si può dire che non posso insegnare latino per questi motivi che non c’entrano niente con la disciplina. Il paradosso quindi, è che per insegnare latino devi sapere queste cose qua, secondo la commissione, e non solo secondo loro, tant’è vero che questo è il primo concorso in cui per insegnare latino e greco non devi dimostrare di sapere la lingua. Sissignori: allo scritto la prova non era di traduzione. Evidentemente quando uno corregge una versione deve tener da conto le curvature, gli OCSE PISA, le psicostronzate pure ed applicate e tutte le supercazzole che tanto piacciono alle genti che frequentano il MIUR.

Il modello che sta diventando dominante, quindi, è quello della didattica senza contenuti, anche se poi in sede concorsuale, dove, ripeto, non devi dimostrare di saper tradurre (e no, non vale l’obiezione secondo cui già abbiamo tradotto alle prove dei corsi abilitanti, prima di tutto perché i PAS non hanno sostenuto una selezione preliminare, poi perché se tanto mi dà tanto, allora date il ruolo anche a noi stracciaculi con l’abilitazione dimidiata e amen), in sede concorsuale, dicevo, ti chiedono cose che presumono studi specifici, nemmeno di livello universitario, e qui ho due esempi personali freschi freschi.

  1. Mi è stato chiesto come ultima domanda, quando ormai il mio destino era segnato, quale fosse l’etimo di elegia secondo gli ultimi contributi. Avevo letto su un libro abbastanza recente che gli ultimi contributi sembravano orientati verso un’origine non indoeuropea della parola: no, non va bene, si vede che lei non è informato
  2. Una delle domande della prova scritta di greco recitava così: [primo stasimo dell’Antigone di Sofocle, ovviamente in greco], il candidato organizzi un percorso multidisciplinare sull’Antigone, indicando anche quali passi far leggere, in traduzione o in lingua originale. Ora, due precisazioni:
    1. i canti corali delle tragedie sono scritti in dialetto dorico, che non è il greco che si insegna a scuola, e sono pieni di parole obsolete o poco comuni, insomma senza un vocabolario è difficile capire appieno il passo proposto;
    2. se non conosci a memoria l’Antigone non puoi rispondere, evidentemente, e sticazzi se altri concorrenti l’hanno fatto. Io non conosco a memoria l’Antigone, non so aprioristicamente scegliere quali passi far leggere senza il testo davanti. Questo inoltre significa che secondo il MIUR uno dovrebbe conoscere a memoria tutte e 41 le tragedie dei tre tragediografi maggiori, visto che come è uscita l’Antigone avrebbe potuto uscire l’Agamennone di Eschilo o l’Elena di Euripide, il criterio quello è. E infatti ho risposto che questa domanda non era pertinente per verificare se uno sapesse insegnare o meno, per i motivi sopraesposti, che è paradossale che ci si chieda di promuovere le competenze e poi ci si chieda la conoscenza a menadito di una tragedia, e infine che questo tipo di domande è peggio dei test a crocette, dove la soluzione è una e una sola. Ovviamente non ho superato lo scritto di greco, ma non mi aspettavo certo di superarlo. Ho voluto cadere con le armi in pugno, diciamo.

Per concludere, quindi, a preoccuparmi non è tanto la mia bocciatura a latino, perché tanto ho superato la prova per italiano, storia e geografia alle medie e alle superiori; non è la mia classe di concorso preferita (proprio no), però chiederò, dopo l’anno di prova, continuamente il passaggio di cattedra fin quando non lo otterrò. A preoccuparmi invece è il modello di scuola che hanno in mente. Un modello di scuola che è davvero spaventoso, un modello di scuola che è la morte della scuola sotto una valanga di carte e di ideologia utilitaristica. La chiamata diretta dei presidi si limita a completare il quadro, già fosco di suo.

Purtroppo mia madre non potrà mai sapere com’è andata a finire perché è morta il 7 luglio. Il 14 ho ricevuto la convocazione per gli orali.

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