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Curva Nord

02/12/2015

Non è che torno sui miei passi: questo non è e continua a non essere un blog di politica; tuttavia, come ho anticipato nel post sulle assurde accuse agli insegnanti, qualcosa non già sulla politica in Italia, ma su come l’italiota medio si approccia a qualsivoglia discussione di politica, va detta. E non potrò esimermi dal fare esempi, ahivoi.

In sintesi, l’italiota medio parla di politica come se stesse allo stadio. O come un bambino nella fase caccapupù. Vale a dire: mai nel merito, l’unico criterio di discernimento è il primordiale buono/cattivo, mi piace/non mi piace, criterio declinato aprioristicamente, perché, ribadisco, l’italiota medio evita come la peste il merito delle questioni. Ne fa un fatto di casacca, e quando un personaggio politico cambia casacca, l’italiota medio è prontissimo al servo encomio (se la nuova casacca è quella che gli piace) o al codardo oltraggio (nel caso opposto).

Ovviamente, questo modo di interpretare la realtà porta l’italiota medio a non giudicare più una proposta di legge, una legge approvata, una visione del mondo (figuriamoci), finanche una battuta di spirito per quello che è: il bene e il male sono spostati dall’oggetto alla persona.

Poniamo che un politico che si chiama Bustrufoni voglia modificare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori attenuandone la portata verso una minore tutela del lavoratore ingiustamente licenziato: quelli che votano solitamente per lui saranno d’accordo, gli altri no, organizzeranno proteste di piazza, grideranno con quanto fiato avranno in gola contro il governo servo del capitale eccetera. Uno allora si aspetta che quando a proporre la stessa cosa sia un politico di nome Finzi, diventato capo del governo e segretario del partito principale dello schieramento opposto a Bustrufoni, coloro che votano per il suo partito pensino di essere stati traditi da Finzi, e che protestino contro di lui, magari anche con maggior veemenza perché, avendogli dato fiducia in varie consultazioni elettorali, si aspettavano tutt’altro tipo di politiche. E invece no! L’italiota medio, dato che tifa invece di sostenere idee politiche, salta su a spiegare come e qualmente abolire o depotenziare il succitato articolo 18 sia cosa buona e giusta perché, diciamocelo, questi sfaticati di lavoratori sono troppo tutelati, ora uno non li può più licenziare, eccheccazzo, il lavoro mica è un diritto a vita! E ai Co.co.pro senza articolo 18 chi ci pensa? E ai disoccupati? E ai marò? Meglio merda per tutti anziché per alcuni, dicono coloro che fino a ieri volevano estendere le tutele dell’articolo 18 anche ai non garantiti. Ma solo perché al governo c’era Bustrufoni che è brutto e cattivo.

Poniamo, poi, che un politico che si chiama Pignattoli insulti, paragonandola a una scimmia, un ministro della Repubblica, donna di colore, appartenente o vicina al maggior partito della coalizione avversaria. Poniamo che questo Pignattoli sia o sia stato amico di Bustrufoni e abbia governato insieme a lui. L’italiota medio che ama Bustrufoni assolve Pignattoli facendo esercizio esegetico sulle sue parole, in fondo non siamo scimmie tutti noi? L’italiota medio che si riconosce in Pignattoli, frattanto, applaude senza vergogna, roso dall’invidia per non avere avuto lui l’ideona di dare della scimmia al ministro, o di non essere finito sui giornali quando la sera, in canottiera e ciabatte davanti alla tele, rutta insulti ancora peggiori all’indirizzo dei negri. L’italiota medio che sta dall’altra parte, invece, si indigna, posta a raffica su Facebook commenti pieni di passione antirazzista, esce di casa e va in cerca del primo fratello nero da abbracciare. Può essere chiunque, pure Boko Haram, basta che sia nero di pelle. Poi però gli anni passano, il maggior partito resta il maggior partito ed esprime ancora il Presidente del Consiglio, che è però un altro, diciamo Finzi. Poniamo che in Parlamento si discuta una riforma istituzionale voluta fortemente da Finzi e osteggiata invece dal partito di Pignattoli. Poniamo che serva una maggioranza ampia per approvare questa riforma, che ci siano tempi ristretti e che Pignattoli presenti milioni di emendamenti in Senato per far fallire la riforma. Poniamo che in quei giorni il Parlamento debba decidere se autorizzare la magistratura a procedere contro Pignattoli, che nel frattempo era stato denunciato per quella frase razzista. Poniamo che il partito di Finzi non autorizzi la magistratura a procedere contro Pignattoli che, guarda caso, ritira gli emendamenti (poi ne presenterà altrettanti, ma questa è un’altra storia). Insomma: poniamo che il partito di Finzi baratti l’articolo 3 della Costituzione con la riforma del Senato. Dichiari che l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge è carta da culo perché se ti chiami Pignattoli puoi insultare impunemente una donna nera, basta che non ostacoli la votazione sulla riforma. L’italiota medio che tifa Finzi che fa? Si indigna? Protesta? Scende in piazza? No. Fa finta di niente. I più arditi urlano genericamente «vergogna!» su Facebook, prendendosela con il razzista Pignattoli e non con chi gli ha salvato il culo, perché si dà il caso che chi ha salvato il culo a Pignattoli siano proprio i loro beniamini.
Il livello, poi, si abbassa ulteriormente nello scontro tra opposte tifoserie fazioni politiche, in alto come in basso. Da un lato si addita l’avversario come “gufo” e “rosicone”, dall’altro si urla “siete mortiiiiii”, dall’altro ancora “comunisti coglioni e indegni”, e se questo è l’eloquio di parlamentari e ministri, capirete bene che l’italiota medio ci va a nozze. Già abbiamo notato di sfuggita, nel post precedente, come il coro di “parassiti! Privilegiati!” trovi il corrispettivo e l’esempio da seguire in certi politici, come ad esempio taluni ministri che deliravano (sobriamente, guarda caso facevano parte del governo dei Salvatori della Patria) di bamboccioni, choosy e gente che se riceve il reddito di cittadinanza poi va a finire che se ne sta comodamente seduta a mangiare pasta al pomodoro invece di lavorare. Ma almeno in quel caso c’era un ragionamento, un’idea. Idea del cazzo, ma idea, anzi ideologia (ma chi ha detto che sono morte?).

Ora va di moda la terminologia da scuola elementare, che già era stata sdoganata da quel tal Presidente della Repubblica che definì un avversario politico “zombie con i baffi” dalle cui “manacce” avrebbe dovuto difendere lo Stato; poi siamo passati ai gestacci di quel tale, poi diventato ministro, che inventò il partito del sopracitato Pignattoli. Poi siamo arrivati alla dicotomia amore/odio di Bustrufoni, e ai suoi fans che urlavano «mortadella!» al Presidente del Consiglio in carica, reo di non chiamarsi Bustrufoni. Fino all’oggi. Basta andare sulla pagina Facebook di un qualunque giornale per assistere alla gara a chi fa la cacca più puzzolente e la tira meglio in faccia all’avversario, servendosi di immagini ridicole e sempre quelle, argomentazioni non pervenute, conta delle pulci addosso all’interlocutore, in una litania che si ripete all’infinito e che letta una, lette tutte.

Non so voi, ma io a tutta questa brava gente, a questi onesti lavoratori, toglierei il diritto di voto. Non definitivamente, ma quantomeno fin quando non avranno superato un esame. Loro che, ad esempio, cacano il cazzo a noi insegnanti, che dobbiamo essere valutati, perché siamo dei fannulloni strapagati e privilegiati che vessano i loro figli, proprio loro che votano a cazzo di cane, perché hanno ricevuto soldi, promesse elettorali (sia quelle che si fanno a livello locale, sia le suddette superpromesse), perché hanno sempre votato per quel partito lì anche quando aveva un altro nome e soprattutto un’altra visione politica e altri amici. Proprio loro che scambiano per esimi statisti persone che manco al bar sport 40 anni fa li avrebbero lasciati entrare, che pendono dalle labbra della bella ministra o capogruppo solo perché se la vorrebbero scopare e votano di conseguenza. Proprio loro, superino un esame di:

  1. comprensione del testo
  2. logica
  3. storia contemporanea
  4. Costituzione italiana
  5. grammatica italiana
  6. matematica da scuola elementare.

Esame da ripetersi ogni 5 anni per prolungare il proprio diritto al voto.

Perché se i politici sono lo specchio della popolazione, c’è da ammettere che siamo un popolo di merda, altro che immigrati. Siamo un popolo di tifosi da curva nord, siamo un popolo che crede alle narrazioni, un popolo di boccaloni che si fanno comprare con promesse mirabolanti (il milione di posti di lavoro, l’abolizione dell’IMU – che per inciso io considero una tassa stronza, basti vedere quale governo tanto amato la introdusse, con il nome di ICI) o con elemosine da miserabili, ieri le scarpe una prima e l’altra dopo il voto, oggi gli 80 euro, domani una batteria di pentole, un materasso, una casa. Un popolo che vive di partito preso, che scambia Monti (sì, ora uso i nomi veri) per un tecnico neutro o addirittura per un politico vicino alla sinistra solo perché non si chiama Berlusconi (anche se poi governa grazie alla maggioranza berlusconiana), che scambia Renzi per un uomo di sinistra e vota PD perché un tempo era il PCI, che odia il proprio vicino e gode quando soffre, che invece di desiderare il meglio per tutti vuole che venga punito il lavoratore della porta accanto perché ha privilegi che lui non ha, tipo il non poter essere licenziato perché al tuo capo stai sul culo o per le riorganizzazioni che guarda caso non fanno mai saltare le teste dei dirigenti. Che gioisce per la morte in un incidente di un candidato sindaco del partito avversario. Che si indigna quando vede gli impiegati e i funzionari comunali andare a timbrare il cartellino in mutande, ne vorrebbe la testa, si produce in filippiche contro i fannulloni del pubblico impiego e non si chiede chi ce li ha messi, lì, quegli impiegati, che esulta quando Renzi emana il decreto contro le assemblee sindacali per i noti fatti del Colosseo senza rendersi conto che la colpa era di chi doveva pubblicizzare e non lo ha fatto, e chi non sa scrivere un cartello in inglese. E, magari, se lo stesso decreto l’avesse emanato il governo Berlusconi, si sarebbe dato fuoco in pubblica piazza contro il fascismo ritornato.

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