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Se diciotto ore vi sembran poche…

23/11/2015

Privilegiati. Fannulloni. Ignoranti. Presuntuosi. Strapagati. Tre mesi di ferie. Diciotto ore. Un sacco di tempo libero. Frustrati. Vendicativi.

Questi sono i luoghi comuni sugli insegnanti che spande a piene mani l’italiota medio, in questo vellicato anche da un buon numero di partiti ed esponenti politici, anche di governo, anche tramite il non detto.
A tutti costoro dico una cosa semplice semplice: avete rotto il cazzo.

Non dico che non ci siano dei pro, mentirei se lo negassi. Però qua non stiamo facendo le classifiche della pesantezza del lavoro, e in ogni caso non siamo noi insegnanti a offendere sostenendo che il lavoro altrui è meno pesante e usurante, più comodo e facile del nostro (tranne casi particolari). Non siamo noi a fare la prima mossa, a guardare nel piatto degli altri. Casomai replichiamo, e quasi sempre per difendere la dignità del nostro lavoro e rimarcarne la faticosità e la difficoltà. Stare a fare confronti, a scannarsi su chi faccia il lavoro più pesante, stare a fare le pulci al proprio prossimo ci sembra una roba, questa sì, da frustrati sfigati. E invidiosi (un termine che piace alla gente che piace, soprattutto nella variante rosiconi).

Comunque, vediamo quanto è comodo il nostro lavoro: chi ha orari di lavoro, d’ufficio o di fabbrica, normalmente non si porta il lavoro a casa, anche se lavora sul luogo di lavoro più ore settimanali rispetto a noi; gli insegnanti, invece, a fronte dei pomeriggi (quasi sempre) liberi e dei cinque giorni lavorativi (come del resto parecchie categorie) settimanali, si portano quasi sempre il lavoro a casa. Compiti da correggere, relazioni e programmazioni da stendere, lezioni da preparare. Un’infinità di tempo mai misurato, ma che è tanto. Concentrazione necessaria, e chi ha una famiglia a carico non sempre riesce, a casa, a ritrovare le condizioni ottimali per concentrarsi. C’è poi che noi insegnanti abbiamo una vita. Andiamo a fare la spesa, portiamo i bambini al doposcuola o a lezioni di sport o musica, o semplicemente a mangiare un gelato, li seguiamo nei compiti, paghiamo le bollette, ci rivolgiamo a professionisti, ci innamoriamo, corteggiamo, facciamo l’amore, soffriamo, andiamo a trovare qualche amico che festeggia il compleanno, abbiamo dolori alla cervicale, ci si rompe l’auto o qualche tubo dell’acqua. Tutto questo lo affrontiamo fuori dalle mitologiche 18 ore. Tutto questo lo affrontiamo, spesso, mentre dobbiamo continuare a lavorare fuori dalla scuola.

Veniamo poi alla questione 18 ore e 3 mesi di ferie. Partiamo dai 3 mesi di ferie: non starò qui a dire che non è vero, anche se spesso è vero che non è vero: fino a metà luglio una buona parte di insegnanti di scuola superiore è impegnata con gli esami di maturità, e a inizio settembre ci sono, per tutti coloro che cominciano a lavorare già da settembre, collegi docenti e riunioni dipartimentali per la programmazione e roba del genere. Ma ammettiamo che sia così: le riunioni settembrine non ci sono tutti i giorni, gli esami di Stato non ci sono per tutti. I 3 mesi di ferie ci servono. Come ci serve lavorare 18 ore settimanali, massimo 24 (e parlo sempre delle ore trascorse a scuola, e tralascio volutamente le 40 ore in più che dobbiamo impiegare fra riunioni, incontri scuola-famiglia ecc.). Perché, magari non ci crederete, ma insegnare è faticoso. È faticoso già di suo: chi ci rinfaccia l’orario ridotto venga lui a tenere desta la concentrazione intellettuale per 18 ore la settimana. Venga lui a spiegare, vale a dire, nel linguaggio che tanto amano coloro che, secondo un Collega con la maiuscola, “ritengono che, se gli studenti non studiano, la colpa sia degli insegnanti che non sanno adeguatamente motivarli”, trasformare il sapere sapiente in sapere insegnato, vale a dire, nel mio linguaggio terra terra, rendere i contenuti della materia in un modo che anche il più ceppone degli studenti riesca a capirci qualcosa; venga lui ad ascoltare i ragazzi conferire sulle proprie materie, e a doverli anche valutare. E mi sto fermando agli aspetti tecnici ed asettici (anche se la valutazione, specie in questi ultimi tempi, a forza di pretendere che sia sempre più asettica, sta diventando sempre più settica. Ma ci torneremo). Certo, è durissima mantenere la concentrazione anche a tagliare mattonelle, se ti distrai ti parte un dito ed è un attimo perché accada. Ma non siamo noi a dire agli altri che il loro lavoro è una stronzata per quanto è facile, e certo la concentrazione da tenere per tagliare mattonelle, per quanto sia indispensabile ed importantissima, non è paragonabile all’impegno intellettuale da tenere a scuola. Non foss’altro che per il fatto che per tagliare mattonelle non serve una laurea (e forse nemmeno la terza elementare). Per insegnare sì. Già 100 anni fa, quando la considerazione sociale era ben più alta e non si era costretti a diventare anche burocrati, contabili e domatori di leoni (i ragazzi tremavano davanti al maestro o al professore, e anche 20 anni fa la mia generazione ne aveva ancora un certo timore reverenziale), il futuro presidente Einaudi sosteneva questo:

La merce «fiato» perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità.
Chi ha vissuto nella scuola sa che non si può vendere impunemente fiato per 20 ore alla settimana, tanto meno per 30 ore. La scuola, a volerla fare sul serio, con intenti educativi, logora. Appena si supera un certo segno, è inevitabile che l’insegnante cerchi di perdere il tempo, pur di far passare le ore.
Buona parte dell’orario viene perduto in minuti di attesa e di uscita, in appelli, in interrogazioni stracche, in compiti da farsi in scuola, ecc., ecc. Nasce una complicità dolorosa ma fatale tra insegnanti e scolari a far passare il tempo,pur di far l’orario prescritto dai regolamenti e di esaurire quelle cose senza senso che sono i programmi.

Inoltre, in aggiunta a questo impegno intellettuale, da non sottovalutare è il fatto che siamo responsabili anche della custodia di minorenni. E della loro condotta, nella misura in cui dobbiamo valutare anche questa, e se necessario sanzionarla. E che quindi dobbiamo, mentre spieghiamo, interroghiamo, somministriamo (come purghe) compiti in classe, anzi verifiche scritte, dobbiamo pure mantenere l’ordine, evitare che i ragazzi si accoltellino o ci accoltellino, per dirne una. E poi controllare le giustificazioni per le assenze, controllare che in caso di uscite anticipate o entrate posticipate i ragazzi esibiscano relativa autorizzazione, segnare sul registro cartaceo e poi anche su quello elettronico assenze, lezione svolta, lezioni assegnate, ritardi, circolari lette, note disciplinari eccetera (in questo sono svantaggiati soprattutto i docenti che hanno la prima ora, tipo me quest’anno).

E poi il lavoro che ho già detto che è inquantificabile, quello a casa, quello che riguarda le correzioni delle suddette verifiche scritte, che richiede non solo concentrazione, ma anche, spesso, attenersi alle famigerate griglie di valutazione. Questo grande ritrovato della sapienza moderna in pratica prevede di ridurre entro una casistica precotta quello che, soprattutto per le materie umanistiche, è per forza di cose individuale, aleatorio e difficilmente ingabbiabile. Esempio: un tema. Errori di grammatica a parte (ma anche qui possiamo discutere all’infinito sul concetto di errore lieve/errore grave), rispondenza alla consegna a parte (ma anche qui, a parte clamorosi casi di uscita fuori traccia o fuori tipologia, possiamo discutere all’infinito sul grado di rispondenza), quello che per me è un temino decente, per un collega può essere un elaborato appena al di sotto della sufficienza, quello che per me è un “discorso padroneggiato, ottima coesione”, per un altro può essere un “discorso ben padroneggiato, fondato su relazioni logiche ineccepibili, eccellente coesione”, quella che per me può essere “comprensione del testo completa” per un altro può essere “comprensione del testo completa e puntuale”, e vai poi a vedere chi ha ragione. E vedere chi ha ragione non è un esercizio ozioso, perché i ragazzi sono anche abituati, ormai, a contestare il voto, a volere il mezzo voto in più, addirittura il quarto di voto in più, e talora le loro pretese trovano accoglimento da parte di chi non dovrebbe mai legittimare polemiche del genere (presidi, coordinatori di classe, a volte giudici amministrativi). Il fondamento filosofico dell’introduzione di queste griglie nella scuola italiana è, dietro il paravento dell’oggettività che dovrebbe anche tutelare il docente dalle contestazioni, il convincimento che il docente è uno stronzo che valuta a cazzo di cane, lasciandosi prendere dalle simpatie o antipatie, o semplicemente la mattina si è svegliato di cattivo umore e allora mette brutti voti a capolavori che ben figurerebbero nelle migliori antologie e di conseguenza gli studenti vanno tutelati dai suoi arbitrii.

Ma il lavoro non quantificabile non è solo questo. È anche il prepararsi le lezioni, attività che può portar via pochi minuti al giorno per i docenti come me che improvvisano la lezione, parlano a braccio su un argomento e sono molto teatrali, ma che per coloro che si sentono più insicuri, che hanno bisogno di scandire meticolosamente i punti della lezione da spiegare, magari anche cronometrandosi nell’esposizione, può impegnare pomeriggi interi. E anche i docenti come me, se assegnano brani antologici, quantomeno devono leggerseli prima di assegnarli, e se assegnano le versioni idem con patate.

Quindi i tre mesi di ferie ci servono per tirare il fiato. Le diciassette ore in meno settimanali ci servono per tirare il fiato. Il giorno libero ci serve per tirare il fiato. Oltretutto, se non avessimo i celebri tre mesi di ferie, cari schiavisti stronzi del cazzo, sapete quale sarebbe la conseguenza? Che i vostri figli non avrebbero i celebri tre mesi di vacanze estive. Che dovrebbero schiattare di caldo nelle aule, e allora vorrei sentirvi urlare in difesa dei poveri ragazzi costretti, dopo un anno di faticosissimo studio (e magari hanno al posto della pagella una schedina del totocalcio), a restare in classe anche con quaranta gradi all’ombra ad ascoltare il frustrato di turno che si sfoga mettendogli 2 e rompe le palle con Leopardi o con gli integrali che, insomma, a che cazzo servono nella vita? Perché, signori miei, senza la presenza dei ragazzi a scuola, anche la nostra presenza resta inutile, se escludiamo le succitate riunioni dipartimentali, collegi docenti, consigli di classe eccetera: le decisioni da prendere, le programmazioni da sviluppare, e tutti gli adempimenti non ci portano certo via, almeno come tempo da impiegare a scuola, 35 ore settimanali. Magari ci impegnano 35 ore, ma poi basta: una programmazione annuale, una volta scritta, non è che la rifai ogni settimana.

Morale della favola: venite voi a lavorare al posto nostro e vediamo se poi sareste freschi e riposati, e soprattutto se sapreste fare meglio di noi.

E soprattutto andatevene affanculo, voi e i vostri luoghi comuni da bar sport, ignoranti che non siete altro (ma a niente a niente ce l’avete con la categoria degli insegnanti perché a scuola eravate particolarmente cepponi e vi abboffavano di 4?). Che se in Italia stiamo combinati così, la colpa è soprattutto della gente di merda come voi.

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7 commenti leave one →
  1. 27/11/2015 01:40

    Caro collega, ti ringrazio del commento che hai mandato al mio blog, e ti prego di segnalare il mio tra i blog che segui. Quanto al tuo lungo articolo sulle 18 ore ed il lavoro dei docenti, perche’ ti arrabbi tanto con gli ignoranti che lanciano insulti o critiche al nostro lavoro? Lasciali dire, che’ tanto il raglio degli asini non va in cielo. Sai come faccio io? Quando qualcuno tira fuori i soliti luoghi comuni sugli insegnanti fannulloni, le 18 ore e i tre mesi di vacanza, sai cosa rispondo? Che io sono piu’ furbo di lui, perche’ mi pagano per non far nulla, mentre a lui gli tocca di lavorare!

  2. gianmarco perboni permalink
    27/11/2015 10:34

    Grazie per le citazioni. Come hai detto tu, abbiamo identità di vedute, sotto scrivo tutto ciò che hai detto.

  3. 25/12/2015 10:49

    Ben detto collega. E buon Natale 🙂

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