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La nuova frontiera della critica d’arte (ovvero: Del mangiare la merda con forchetta e coltello)

10/03/2014

Pochi giorni fa è stata installata al centro di Sarno, su una rotatoria, una scultura intitolata “Morte di una lavandaia”. Personalmente non mi piace nemmeno un po’, ma non è di essa che voglio parlare: per questo non ci metto una foto, anche perché non sarebbe una mia foto visto che non gliene ho scattate; non metto nemmeno link a giornali online perché, a quanto mi risulta, non esistono articoli che ne parlino, ma anche se ci fossero, non li metterei comunque perché non è questo il problema. C’è chi apprezza l’arte contemporanea, e io non sono fra questi; ma l’importante è che chi apprezza questo genere di opere sia sinceramente convinto che siano belle, che insomma gli piacciano. Non che se le faccia piacere per i motivi più disparati: non amo chi ingoia pillole amare fingendo siano zuccherini. E invece uno si permette di scrivere che l’opera non piace, fa cagare, è una stronzata, ed ecco che si dà sfogo ai sentymenty offesy. L’autore, i parenti, ma soprattutto gli amici, dai colleghi artisti a varie persone di cultura (sia detto senza ironia, sto parlando di gente davvero preparata nel proprio campo). Tutti uniti nella pittimiata a reti unificate, che si declina in vario modo:

  1. “Ovvove! Che volgavità!”. Poi sono gli stessi che ridono quando qualche comico in tv dice le parolacce. O che dicono che Vittorio Sgarbi eeeeeh ma lui ne capisce, è un po’ sopra le righe ma quanta cultura. Ma poi, ok, volete concentrarvi un pochino sul contenuto e non sulla forma, voi che estasiati ammirate il profondissimo contenuto di questi capolavori?
  2. “Sei un critico d’arte? No? Allora non puoi dire che è brutta!” Ma puoi però dire che è bella, come faccio io che nemmeno sono un critico d’arte. Anzi, devi dire che è bella. Sennò sei brutto sporco e cattivo e io non gioco più con te e mi porto via pure il pallone, uffi.
  3. “Ma l’artista è sarnese! Che schiaffo alla vostra città, criticoni che non siete altro!” E qui casca l’asino. Vale a dire: se questa stessa identica scultura non l’avesse creata un amico mio, stesse sulla rotonda di un altro paese e io ci capitassi per caso, probabilmente direi “E che è sta stronzata?”. Il campanilismo è il male, è inciviltà all’ennesima potenza, è snobismo provinciale idiota di chi dice che l’erba del vicino è sempre più marrone della nostra, ed è uguale e contrario allo snobismo provinciale dei cretini che dicono che il posto dove vivono è merda e che altrove è un paradiso, per definizione.
  4. “Può piacere o non piacere, ma è Arte, e l’Arte va interpretata, non giudicata”. Certo che può piacere o non piacere, tesorucci, apposta è arte o presunta tale, e da che mondo è mondo, l’arte è sottoposta a un giudizio estetico, cioè fondato sulla dicotomia bello/brutto. Anche quando è arte su commissione, se al committente non piace il prodotto, l’artista deve rifarlo. Quindi, per favore, silenzio. Ho tutto il diritto di dire che un’opera d’arte è brutta come voi avete il diritto di dire che è bella, basta che come me siate in buona fede e che non diciate che è bella perché non si può dire che non è bella: non vale. State barando.

Comunque, questo è il livello della polemica. Mi saltano alla giugulare (senza nominarmi però eh) come i cani di cancello – grazie Amlo per la metafora e per aver espresso meglio di me il concetto –, ritenendosi superiori a me che dico che quella roba è inguardabile. Perché non argomento, dicono loro, perché non faccio le critiche costruttive, come se avesse senso il concetto di critica costruttiva nel giudizio estetico. La realtà è invece questa: se faccio l’artista, creo un monumento e lo colloco in pubblica piazza, soprattutto in quanto opera d’arte contemporanea, astratta, devo essere non pronto, stra-pronto alle critiche, alle pernacchie, ai pomodori. Sennò l’artista non lo faccio o lo faccio nel salotto di casa mia, invito amici, parenti e critici d’arte e ce la cantiamo e ce la suoniamo fra di noi, e tutti vissero felici e contenti.

Ma i migliori sono coloro che si lanciano in spericolate esegesi di siffatte opere, facendo come fa in genere la critica d’arte quando si occupa di prodotti artistici contemporanei. Prende l’opera e il titolo (che nel 90% dei casi c’entra con l’opera come un frullatore c’entra con un libro), ci costruisce un discorsone pieno di concettoni tipo “la decostruzione del Soggetto” e la gente, ahimé anche di cultura, fa «oooohhhhh ma guarda quant’è profondaaahhhhhh io non l’avevo capitooooohhhh». Quando poi non ci legge dei significati valoriali, dei sovrasensi di impegno civile, la denuncia, la rottura.

E ora vi racconto un fatto. Con l’associazione di cui faccio parte abbiamo allestito, presso il Museo Archeologico Nazionale di Sarno una mostra di vignette sulla Shoah e sulla Resistenza. Il giorno dell’inaugurazione fu portato un mazzo di fiori freschi e collocato sul tavolo nella sala d’ingresso, accanto a reperti d’epoca e a vignette. Poi, per un motivo o per un altro, i fiori sono rimasti lì e si sono seccati. Spesso vengono delle scolaresche in visita alla mostra, e durante una di queste visite, mentre illustravamo le vignette e i reperti, e spiegavamo ai ragazzi di quella scuola media la storia atroce dell’Olocausto e di come noi italiani non possiamo assolverci dalle nostre responsabilità, un’insegnante mi ha chiesto cosa ci facessero quei fiori sul tavolo accanto ai giornali e al quaderno di scuola di una bambina che fu internata in un campo di concentramento. Colto alla sprovvista, me ne sono tuttavia uscito con un bellissimo discorso su come i fiori stessero lì non a caso, ma per simboleggiare le vite di tanti bambini stroncate, come fiori, dalla brutalità dei nazisti e dei fascisti. Appigliandomi anche a una tavola esposta, che ha un significato esattamente opposto, in quanto vede trasformare del filo spinato in un ramoscello di pesco. Il fatto sapete qual è? Che io con quel mazzo di fiori appassiti ho fatto esattamente come fanno i critici. Ho preso un oggetto e gli ho applicato artatamente un concetto che non c’entra (che poi, vista la somiglianza con una delle tavole esposte, la connessione non è nemmeno così tanto tirata per i capelli, ma insomma, i fiori secchi erano fiori che si erano seccati, non volevano simboleggiare nulla). Ho barato, e il mio bluff non è stato sgamato.

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