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Tre parametri per valutare uno scritto

09/03/2014

La causa occasionale è un dibbbbbattito tenutosi ieri, a distanza, su un argomento circa il quale scriverò domani, se mi gira e non appena, come diceva De Gregori, mi sarò pettinato i pensieri col bicchiere nella mano (il titolo, ad ogni modo, sarà “La nuova frontiera della critica d’arte, ovvero del mangiare la merda con forchetta e coltello”). Ma veniamo al sodo. Per valutare uno scritto, più precisamente uno scritto non-narrativo e non-poetico (ma con le debite tare questi parametri sono applicabili anche alla narrativa, ma alla poesia temo di no, almeno non alla poesia lirica, poi se qualcuno più capace di me riesce a trovare connessioni, ben venga, anzi sarebbe davvero auspicabile), tre sono i parametri da tenere presenti. Ovviamente a prescindere dai gusti personali, ad esempio a me dà fastidio l’abuso dell’aggettivo anteposto al nome, e per me chi ne abusa scrive male perché vuol darsi un tono e non si rende conto che non sempre si può anteporre l’aggettivo al sostantivo senza cambiare il significato di una frase (per non parlare dell’orrido sintagma AGG+SOST+E+AGG, tipo “stupendi occhi e profondi”, un vero insulto alla lingua italiana a mio immodesto parere), cioè un conto è dire “il cielo azzurro”, un conto è dire “l’azzurro cielo”, e mi fermo qui perché non sto tenendo una lezione di linguistica italiana. Basti dire che l’aggettivo anteposto al nome, soprattutto se preceduto a sua volta dall’articolo, come i Greci sapevano meglio di noi, forma un tutt’uno con il nome, è qualificante al massimo grado, e non presuppone normalmente un contrasto. Ma de hoc satis, di ciò può bastare.

I tre parametri, dicevo.

1) Lo scritto contiene errori di grammatica o di lessico? Se sì, sono consapevoli o involontari? Se ci sono e sono involontari, lo scritto è scritto male.

2) Si capisce dove vuole andare a parare l’autore? Se l’autore innalza una cortina di fumo dilatando il suo ragionamento per decine e decine di pagine saltando non di rado di palo in frasca e senza mai fermarsi per sputare per terra, se l’autore usa una sintassi contorta e intricata che costringe il lettore a tornare alle scuole medie e fare l’analisi del periodo, se l’autore adopera parole inutilmente difficili o in un’altra lingua senza tradurle (avete notato che ho tradotto de hoc satis? Non tutti capiscono il latino), se l’autore fa oscure allusioni a qualcosa che lui e pochi altri conoscono, un libro, un’opera d’arte, senza spiegare le suddette allusioni, allora lo scritto non è un buono scritto.

3) L’autore è in buona fede? Se no, lo scritto non è valido. Nel concetto di buona fede rientra anche l’uso corretto delle fonti, l’argomentazione onesta e senza fallacie, almeno senza fallacie volontarie (stavo per scrivere “volontarie fallacie”, ma non sono uno di quegli scrittori che fanno spalancare la bocca dallo stupore alle capre).

 

P. S. Mentre vergo queste righe, mi capita sotto l’occhio questa lepidezza, che proprio si attaglia a quello che vorrei scrivere domani.

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