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Inciviltà nello scrivere

28/01/2013

Nei miei quasi trentadue anni di vita e qualcuno meno da lettore, e quindici da lettore di roba seria, ovviamente mi è capitato di leggere libri belli e meno belli, e non potevo né posso pretendere altrimenti. Ognuno ha i suoi gusti, ognuno ha il suo libro (Ar., Ran. 1114) e non siamo tutti uguali. Ma con il tempo ho sviluppato una repulsione quasi fisica per i libri scritti male, e per libri scritti male intendo l’opposto di Cafonal natalizio, in tutte le sue declinazioni: sintassi scoordinata, italiano approssimativo (che non è l’“italiano dell’uso medio” che a volte uso anche io, financo nei miei scritti seri), sgrammaticature e pressappochismo, e, all’opposto, l’insopportabile stile esoterico, ermetico, che da taluni si vuole che sia sinonimo di scrivere bene o scrivere di argomenti seri. Come se scrivere di argomenti seri fosse sinonimo di “me la canto e me la suono”.

È proprio di questo che mi va di parlare: di coloro che scrivono difficile, e per i miei parametri finiscono anche loro dritti dritti nel girone degli incivili. Perché anche questo è inciviltà: pretendere che siano sempre gli altri ad adeguarsi a te, e mai tu agli altri, pretendere che una persona anche di buona cultura, quale io mi ritengo debba usare il traduttore mentale per capire quello che scrivi, buttando intere mezz’ore su una pagina in cerca di un senso, di un filo nel labirinto dei paroloni e delle contorsioni sintattiche. Chi scrive così sono assolutamente convinto che abbia in sé un fondo di disprezzo verso gli altri, non c’è nessun’altra spiegazione razionale possibile. Ci sono vari modi di rendere un concetto anche complesso, e le sfumature fra baby talk e astruserie intellettualistiche sono varie. Una di queste si chiama “chiarezza” ed è la strada, ma forse, boh, si teme che se non si fanno periodi lunghi che manco Proust, e non ci si mette un fantastilione di termini astratti (neologismi meglio ancora) si fa la figura degli ignoranti. Invece la realtà è proprio l’opposto: scrivere chiaro non è per niente facile, anche se una volta che ci si abitua diventa naturale; scrivere chiaro non è facile perché presuppone una certa capacità di porgere argomenti anche difficili e complessi in modo piano, per farsi capire. Per questo chi scrive apposta in modo difficile, è anche pigro. Oltre che incivile. Non mira a diffondere il suo sapido sapere, anzi tende a celarlo, a escludere, nella spesso (sempre) errata convinzione che, come diceva Sordi nei panni del marchese Onofrio del Grillo, io so’ io e voi nun siete un cazzo.

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3 commenti leave one →
  1. 29/01/2013 12:32

    mah Demart, in questo mirabile tempo di tecnologie e relazioni iperuraniche ed enorme evoluzione dell’itagliano io silenziosa attendo che i compatrioti precedentemente all’atto di scrivere si mettono a leggere.
    Ma d’altronde a cosa serve la fine arte dell’inchiostrar carta se non a incensare noi stessi e la nostra ignoranza personale attitudine stilistico-morfologica? L’itagliano è un’opinione! La letteratura è fantasia!
    Siamo nati tutti Borges! Tutti Queneau! Non importa che la differenza tra di noi e questi illustri scrittori ci siano impareggiabili mareggiate di leggiadri libri letti, anni spesi ad affilare la penna stilografica e contemporaneamente, una tale differenza d’altezza tra quozienti intellettivi!
    C’è da meravigliarsi delle nostre pretese!

    (Se non s’è capito, il commento è ironico)
    (Tanto per essere chiari, non fra di noi che mi conosci ma per chi altri potrebbe leggere)
    (Non che tra i lettori del tuo blog ci siano persone che potrebbero non capire, ma non si sa mai)
    (Nel frattempo questo commento ha innescato una rivolta tra i miei libri di linguistica, uno ha preso un tagliacarte e sta facendo harakiri)

    • 29/01/2013 12:40

      Il problema è che il tuo commento si capisce, certi libracci di gente importante, che poggia le sue sacre terga su poltrone dietro cattedre (o peggio, ci aspira), NO.

    • 30/01/2013 21:04

      Mi spiego meglio: il tuo commento è un travestimento, nel senso che prendi una frase normale, cambi le parole più semplici con i loro sinonimi più difficili e hai fatto (al netto di sintagmi supercazzolari tipo “tecnologie e relazioni iperuraniche”). I miei bersagli, su cui credo proprio che tornerò, non fanno così: buttano su carta una marea di paroloni roboanti, spesso termini filosofici heideggeriani (ultimamente va molto di moda l’aggettivo “gettato”, forse è un modo per esorcizzare la fine che meriterebbero i loro libri), e li uniscono con una sintassi che se mi fossi permesso di usare alle elementari la mia maestra mi avrebbe fatto ingoiare il quaderno, lei donna dalla battuta tagliente ma buona come il pane e incapace di far male a una mosca.

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