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È qui la festa? Sìììììììììììììììììì!!!!!

20/03/2011

È ormai leggendaria la figura del guastafeste-anni ’70, personaggio a metà fra la realtà e la caricatura che nel bel mezzo di una festa non trovava di meglio da fare che rimproverare i suoi amici intenti a divertirsi, tirando fuori di volta in volta la guerra del Vietnam, i bambini del Biafra, la fame nel mondo, le epidemie. Personaggi del genere sicuramente saranno esistiti e sicuramente esageravano, ma quanto bisogno ce ne sarebbe oggi! Siamo ormai diventati il paese dei balocchi (o della cuccagna, fate voi). L’Italia affoga nei problemi, piano piano si smantellano alcuni dei diritti che sembravano acquisiti, eppure per certe amministrazioni comunali è sempre festa. Uno scenario più irritante di quello descritto con ironia da Lucio Dalla nel 1979, nella strofa di L’anno che verrà che comincia con “Ma la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando”.

All’emergenza rifiuti, così, vengono contrapposte improbabili sagre (tanto per aggiungere ai cibi quel caratteristico aroma di spazzatura); ai problemi di ordine pubblico si risponde con le “notti bianche”, che se già sono fastidiose nelle grandi città, toccano il grottesco quando vengono proposte nei paesi piccoli e medi, evidentemente amministrati da gente con manie di grandezza; la criminalità la si “combatte” non con conferenze di servizio e giochi di sponda fra amministrazioni, forze dell’ordine ed eventualmente governo centrale, bensì allestendo palchi, maxischermi (presidiati da schieramenti di divise che manco negli anni di piombo), “eventi”. E vantandosene pure.

Esagero? Sono anch’io un occhiuto e occhialuto guastafeste come quelli di cui parlavo all’inizio? Direi di no. Per dirne una: a Sarno preoccupa la crescita del consumo di alcool soprattutto tra i giovanissimi? Niente paura: l’amministrazione comunale organizza in pieno luglio 2007 la festa della birra. “Sarno da bere. Manifestazione socio-culturale tra uso e abuso di alcool”. A parte lo slogan che, a chi ha circa 30 anni e ha visto, anche con occhi da bambino, gli anni Ottanta, evoca cose agghiaccianti; a parte l’uso improprio e disinvolto della lingua italiana (ma che cazzo significa “tra uso e abuso dell’alcool”? Che durante la festa si usa e si abusa dell’alcool? Lapsus freudiano?); a parte tutto questo, dicevo, non saprei come definire un’iniziativa del genere. È come regalare per Natale casse di Jack Daniel’s agli Alcolisti Anonimi, o stecche di sigarette alle associazioni che aiutano i malati di tumore ai polmoni. E poi, come se non bastasse, la festa della birra prevedeva anche un’esibizione di pugilato e kickboxing. Cos’è, volevano dare l’esempio alla gioventù sarnese, che già di suo è totalmente fuori controllo? Ci mancava solo, a questo punto, un predicatore che con tono evangelico dicesse: «Bevete e picchiatevi».

E vogliamo parlare, poi, dell’effetto devastante (sì, devastante) che ha questo abuso di feste? Tralasciando lo sperpero di soldi pubblici, tanto più grave nelle zone in cui ci sono emergenze da fronteggiare, il messaggio che passa è questo: ciò che conta è far festa, tutto il resto è noia. Per non parlare dell’usanza cafona, della quale ho già avuto modo di parlare, di sparare i fastidiosissimi fuochi d’artificio. Una festa al giorno. Un evento al giorno. Nemmeno l’edonismo-anni ’80 arrivava a tanto. Così si perde pure il senso della festa, del momento di gioia, di aggregazione. E si finisce anche per perdere partecipazione. Chi abita nelle vicinanze dei luoghi adibiti ad accogliere palchi, tendoni, gazebi ecc., alla fine può anche essere portato all’esasperazione, soprattutto se non ha modo di scappare o non ne ha voglia (giustamente, abita lì, perché deve essere lui a togliersi di mezzo?). Senza contare che, spesso, le feste sono l’occasione per i peggiori elementi delle comunità per dare sfogo ai propri bassi istinti. Ci si ricordi la conta dei danni e anche dei morti durante i Mondiali del 2006. Ormai festeggiare in modo civile è diventato démodé, obsoleto, fuori tempo massimo. Se non ci si sbraca e i propri “festosi decibel non fracassano i timpani e rompono l’anima anche agli altri” (cito sempre dallo stupendo articolo di Fruttero e Lucentini del 1985), non c’è festa, non c’è divertimento. Si uscirà mai da questo modo di pensare, da questo chiassoso e insopportabile pensiero unico?

(Originariamente apparso nel mensile “Eventi” del dicembre 2007, modificato in piccola parte)

 

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