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Festa, farina e fuochi

05/03/2011

Negli ultimi anni ha preso piede un’usanza a dir poco irritante: sparare fuochi d’artificio in ogni occasione festiva, pubblica e soprattutto privata.

Proliferano i locali con la licenza di esplosione di fuochi pirotecnici (e lasciamo stare il problema della concessione delle licenze nei centri abitati ovvero in prossimità di zone verdi, che se non erro è vietatissima dalle leggi o quanto meno qualunque persona/istituzione con un minimo di sale in zucca negherebbe nei secoli dei secoli) e sono sempre più gettonati da chi ha un compleanno, un onomastico, un matrimonio, una comunione, un battesimo da festeggiare. Ormai sembra che l’unico modo di fare festa sia questo. No fuochi no party. Che poi questi fuochi ormai possano essere diventati insopportabili per chi non partecipa alla festa, è un dettaglio. L’«effetto di coinvolgimento», come lo chiamano Fruttero e Lucentini in uno splendido articolo del 1985, Problematica del chiasso (leggibile nella raccolta Il cretino in sintesi) è essenziale per i fracassoni.

Prima, quando si sparava pochissime volte l’anno (Capodanno, Ferragosto, santo patrono e poche altre occasioni), lo spettacolo pirotecnico era l’Evento da ammirare commossi. Ora che si spara praticamente 365 giorni su 365 (366 negli anni bisestili: c’è sempre qualche festa da qualche parte, il 29 febbraio), a quel turbinio di luci e colori le persone civili, almeno loro, non fanno più caso: è diventato solo frastuono, rumore, rottura di scatole. L’inciviltà di chi pretende di essere il monarca assoluto della fettina di mondo che lo circonda e fa tutto ciò che gli passa per la testa, è riuscita a rovinare anche questo.

Che poi, già è fastidiosa quella scarica di colpi quando è sera, ma diventa esasperante, odiosa nei non rari casi in cui i fuochi vengono sparati di notte, dopo le 23, quando le persone normali o dormono o stanno per. O comunque non possono gradire quel fortissimo grappolo di rumori, oltretutto inatteso perché non a tutti è dato di sapere (e d’altra parte non a tutti interessa) quand’è che Tizio compie gli anni, quand’è che Caio si sposa, quand’è che i figli di Sempronio ricevono la comunione. Addirittura quand’è che Vattelapesca muore.

Sissignori. L’incredibile esiste. Ormai la sparata di fuochi d’artificio non si nega nemmeno ai morti, si fa finanche ai funerali. Già era assurdo l’applauso al passaggio della bara. Ora anche questa usanza dal sapore molto macabro, a dimostrazione di come l’inciviltà si autoalimenti e superi continuamente se stessa, sfondando man mano che passa il tempo tutte le barriere del buon gusto e del buon senso. Non si ferma davanti a niente, a testa bassa come un toro carica e travolge la civiltà e si fa contesto, ambiente, normalità, regola.

E allora essere deliziati da quell’“allegro” scoppiettio diventa storia di tutti i giorni, quotidiana prevaricazione nei confronti di chi non ha come difendersi da essa e la subisce, anche se sta facendo qualcosa di importante, anche se ha un bambino piccolo o un parente malato difficili da fare addormentare, anche se è notte e l’indomani deve alzarsi presto per andare al lavoro. Anche se è malato di cuore ed essere svegliato all’una di notte in questo modo certo non gli fa bene. Nessuno viene risparmiato da questo bombardamento, proprio come nei veri bombardamenti di guerra cui somiglia tanto.

Nelle zone di guerra, infatti, simili raffiche di rumori significano morte, paura, distruzione. Chi ha la sfortuna di vivere in quei luoghi pagherebbe qualunque cifra pur di non sentirle più. Invece qui ce le procacciamo, paghiamo per averle, e ne facciamo ormai un elemento indispensabile per ogni festa che si rispetti, anzi per ogni evento importante, triste o lieto che sia fa poca differenza. L’importante è far fracasso.

(originariamente apparso sul mensile “Eventi” del luglio 2007, modificato in piccola parte)

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