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Chiuso

04/09/2017

Come da titolo.

 

Non so se un giorno lo riaprirò, ma per ora Scontro d’Inciviltà si ferma qui. Oggi ho avuto una notizia che non avrei voluto avere e che non mette conto diffondere qui.

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Le parole sono importanti – 4

07/05/2017

Quando da più parti (ministero, Europa, pedagogisti, colleghi vari -sia i sacerdoti delle psicostronzate sia i robottini indottrinati- e società in senso lato ma soprattutto i padroni) si insiste sulle competenze come fine ultimo dell’apprendimento scolastico, chi più di chi insegna latino e greco dovrebbe essere concorde e felice? Chi più di chi insegna latino e greco è consapevole che non basti saper declinare alla perfezione i nomi latini e greci con tanto di eccezioni, essere impeccabili nella coniugazione e conoscere dettagliatamente le regole sintattiche? Chi più di chi insegna latino e greco sa che le conoscenze teoriche siano sì importanti, ma debbano trovare riscontro nella pratica della traduzione e dell’analisi morfosintattica, vale a dire che se sai che rosis è ablativo plurale, ma poi quando lo trovi in una frase o non lo riconosci o non lo sai tradurre, saperlo e basta in pratica non serve a nulla?

Eppure. Dato che solitamente non dormiamo in piedi, da queste parti si è capito benissimo che insistere così tanto sulle competenze è un ulteriore passo in direzione della morte della scuola, perché il passo successivo, che manca soltanto ormai dell’ufficialità, è insegnare solo quello che serve. La prova? La presenza tra le competenze chiavica, pardon chiave, europee e italiche del problem solving e dello spirito imprenditoriale. E poi chi decide quello che serve e quello che non serve? I padroni.
Per questo chi si presta al gioco, ad esempio, di abolire la versione alla maturità classica in favore di un bel paraustiello sul discorso di Calgaco o sulle Talisie di Teocrito non si rende conto di giocare involontariamente a favore dei nostri nemici, dei nemici della scuola, di quelli che in 20 anni, dal Berlinguer sbagliato in poi (ma anche l’ottimo D’Onofrio ci mise del suo, lui e i corsi di recupero), hanno distrutto la scuola pubblica.
A che cosa serve, al di là delle competenze sulla traduzione (anch’esse, a che servono? Basta avere la competenza digitale per usare google traduttore), tradurre correttamente il latino e il greco? Via la traduzione! Basta una bella comprensione del testo, aiutati sia dal manuale di letteratura, che deve essere articolato per competenze, mica cazzi, e non deve essere troppo difficile, sennò poi poverini gli alunni non ci capiscono niente, con buona pace della competenza passiva blablabla, sia dal testo originale corredato di note e traduzione, dimodoché basterà sapere il contenuto di un brano in linee generali e poi imbastire un bel discorso, cosa che un giovane può riuscire a fare senza particolari sforzi, facendo leva solo sulla sua anima inquieta da eroe romantico. Prossimo passo: ma questo latino, questo greco, sono poi così importanti? È così importante comprendere testi di Orazio, Tacito, Tucidide, Mimnermo, anche nelle linee generali? No! Che te ne fai? Via il latino e il greco! E Dante? E Petrarca? Via la letteratura italiana e straniera! Via la storia! Via questo! Via quello! Le poesie a memoria? Orrore! A che cosa serve sapere le poesie a memoria? Per potenziare l’abilità mnemonica e quindi la competenza [inserire aggettivo particolarmente idiota] basta impararsi le formazioni di calcio!

Postilla linguistica. La competenza dovrebbe essere un traguardo finale e conclusivo: si è competenti in letteratura, in storia delle religioni, in chimica organica dopo anni di studio approfondito, anni che portano il competente a poter discettare con sicurezza e cognizione di causa su determinati argomenti, esprimendo giudizi, argomentando in maniera rigorosa e padroneggiandone i fondamentali e i dettagli. Si dice incompetente a chi millanta di saperne relativamente a una determinata branca del sapere teorico o pratico e poi non ne sa in realtà nulla.
Che senso ha certificare una competenza sulla prima declinazione? Sui verbi irregolari? Su una parte di quello che occorrerebbe sapere su un determinato argomento o di una determinata disciplina o anche lingua?

Le parole sono importanti (post altrui)

16/04/2017

Volevo scrivere un post sugli acronimi, e forse lo scriverò pure, ma intanto ho trovato questo post nel blog di un maestro elementare che dice cose che condivido in larghissima parte. La parola a lui.

https://glioplitidiaristotele.wordpress.com/2016/03/16/criptare-linconsistente-ovvero-la-scuola-che-fa-abuso-di-acronimi/

Stranezze

02/04/2017

Un giorno spero non lontano qualcuno ci farà capire la strana dinamica della mentalità collettiva, operante a diversi livelli e strati sociali, di questo primo quasi-ventennio del ventunesimo secolo, e dell’ultima parte del secolo scorso.

Riassumendo: la scuola elitaria del Novecento è il male! Non è giusto che la cultura sia esclusiva! Quindi apriamo la scuola alle masse con scuola media unificata, accesso libero a ogni tipo di scuola superiore e università.

Però poi. La cultura è difficile: abbassiamo le pretese! Statuto degli studenti! Non è giusto che studino e basta, anche loro hanno diritto al divertimento!

Però poi. La scuola deve professionalizzare gli studenti, formarli, per il mondo del lavoro! Servono le competenze! La cultura è troppo libresca!

Da cui. Tutti possono fare tutto! Ho visto un video su Iutub in cui gli angeli si accoppiano con gli umani e nascono gli ibridi, mentre gli alieni costruiscono le piramidi in Egitto e impiantano i microchip sotto pelle dei piloti di aereo che rilasciano sostanze tossiche dagli scarichi degli aerei. O, senza esagerare e senza tirare in ballo branche del sapere come la medicina in cui si mette in gioco la vita delle persone, petizioni per l’introduzione del genere neutro in italiano, proposte da gente che ovviamente non ha la minima idea di che cosa significhi e di quali processi si componga l’evoluzione di una lingua: linguistica, letteratura sono cose alla portata di tutti, tutti ci possono mettere bocca, e se obietti qualcosa sei un noioso parruccone che oltretutto vive di cultura e si disinteressa della vita vera; i più arditi ti urlano in faccia «Studia!». E simil discorso possiamo farlo per la storia, soprattutto quella non contemporanea in quanto non agiscono motivazioni politiche “calde” (fascismo, comunismo, questione ebraica, sfruttamento, questioni sociali eccetera). Quanti esperti di antico Egitto, di storia romana, di origini medievali del proprio borgo, di passaggi napoleonici o garibaldini ci sono nella sola Italia? E poi si finisce come il presidente del FAI, il quale magnifica l’operato dei volontari rispetto a quello dei professionisti nel campo della conservazione e valorizzazione dei beni culturali. Che poi spesso i volontari, in questo campo, siano dei professionisti impiegati gratuitamente o quasi, è altro discorso.

Quindi: prima si vuole l’istruzione di massa, poi la si scredita e la si depotenzia. Mi sa che Nietzsche aveva ragione quando parlava di risentimento.

Non so, i pezzi del puzzle magari comporranno una figura coerente, ma non riesco a metterla a fuoco con precisione. Forse perché non mi piace. Forse perché effettivamente mi manca qualche pezzo. Forse perché la figura non è poi così coerente.

Le parole sono importanti – 3

19/03/2017

Nel fatato mondo della scuola è ormai storia antica il concetto di programma, sostituito dalla più dinamica, moderna, avanguardistica programmazione in base alle indicazioni nazionali e alle linee guida del ministero (proprio così: per i Licei ci sono le indicazioni nazionali, per i Tecnici e Professionali le linee guida, e no, non chiedetemi il perché, che poi manco lo voglio sapere) che si articolano in obiettivi specifici di apprendimento, vale a dire conoscenze, capacità e competenze.  Anche qua evito di mettere i link, ma sappiate che sono dei mantra che vengono ripetuti dalla riforma Berlinguer ai giorni nostri. La programmazione, rispetto al programma ministeriale, è modulare, è adattabile alla classe attraverso le unità didattiche, ops pardon, le unità di apprendimento che hanno sostituito le unità didattiche (chiamarle “argomenti” significherebbe ordunque accettare il retaggio gentiliano, novecentesco, impositivo, mai sia, ptù, ptù) perché le unità didattiche sono fisse, mentre le unità di apprendimento no, sono fighe, sono adattabili alla classe eccetera. Come? Nessuno lo sa, ma avete presente i misteri della fede? Ecco, le normative scolastiche e i commentari sono in pratica il Nuovo Testamento della Scuola Italiana. Testamento, ovviamente, nel senso che la Scuola Italiana sta per schiattare.

Ma torniamo a bomba. La programmazione è in pratica il programma che si svolgerà durante l’anno, e che il dipartimento prevede a inizio anno e che ciascun docente deve fare entro metà novembre. Sì, capito bene. Ci sono indicazioni ministeriali, da cui poi il dipartimento deve estrarre i programmi della scuola da mettere nel Pof o negli allegati, e poi ciascun docente deve ripeterlo in un apposito documento, l’ennesimo documento da stilare la cui utilità sembra essere minore di un rotolo di carta igienica già sporco di merda. A un occhio distratto parrebbe essere una cosa fighissima, libertaria, basta-con-i-programmi-ministeriali-fuori-dal-mondo-e-dal-tempo-è-ora-di-adattare-la-scuola-ai-tempi-moderni. Sembra dare più libertà al docente, libero dalle gabbie liberticide del programma ministeriale. E invece. Invece è un dito in culo, perché l’inutile programmazione individuale preventiva è un inutile doppione sia della programmazione finale, l’unica veritiera perché fatta a posteriori, sia della programmazione di dipartimento –a sua volta inutile doppione delle indicazioni nazionali, anche se rispetto a queste ultime c’è la quota dell’autonomia, una roba fatta a suo tempo per compiacere i leghisti, come se insegnare la letteratura italiana in Val Puzzonia dovesse necessariamente integrare un’unità didattica, anzi di apprendimento, pardon, che capra che sono, dicevo come se in Val Puzzonia non fare lezione sulla glorietta locale Loredano Sputruzzulli, autore di ben quindici strambotti in un ibrido tra dialetto valpuzzonese e italiano fosse un’insopportabile discriminazione verso l’identità locale. Inoltre, la programmazione è anche un’arma a doppio taglio perché ti vincola non a contenuti che già sai esserci, ma te li devi casomai inventare, e devi prevedere pure quando li tratterai, e magari inserirci qualcosa (la quota autonomistica, che mi viene da ridere quando penso a materie come matematica, latino e greco, e mi viene da piangere quando penso alla storia perché non riesco a levarmi dalla mente il pensiero di qualche storico locale che fa pressioni sui docenti per far trattare dell’importantissima e avvincentissima storia della pisciata che fece Carlo III di Durazzo su un muro di una fattoria mentre passava per andarsi a prendere il trono e deporre Giovanna I, e su quel muro c’è una lapide, HIC MINXIT KAROLUS A.D. MCCCLXXXI, rimossa dall’usurpatore Luigi e ricollocata al suo posto dal legittimo erede dell’illegittimo Carlo, Ladislao di Durazzo: guagliù, qui ci è passata la Storia!). Oltre quindi a legarti mani e piedi da solo a un programma che con la scusa della libertà e dell’innovazione ti lascia solo con te stesso, oltre a farti, di contro, ripetere quello che è già contenuto in un paio di documenti preesistenti –e alcuni libri scolastici infatti ti danno una programmazione già bell’e fatta, in formato .doc quindi modificabile, ma in pratica sono pochi, giustamente pochi, quelli che la modificano, per non perdere ulteriore tempo appresso a carte inutili–, pretende che tu abbia già chiaro che cosa farai nel corso dei mesi, dettagliatamente (a ottobre tratto questo, questo e quest’altro argomento, a novembre questo e quest’altro, scansione che a volte si trova pure nelle programmazioni di dipartimento), con alunni che magari non hai mai visto e che non sai se seguono, se studiano, se si distraggono. Le scuole più hardcore vogliono pure che tu prepari le unità di apprendimento, un paio di paginette per ciascun argomento –quindi alla fine in pratica fai un libro per ciascuna classe– con obiettivi, tempi, contenuto, modalità di verifica e tutta questa bella fuffetta da burocrazia sovietica, in base alla quale puoi essere controllato, redarguito, e magari pretendono pure che tu ti discolpi con appositi documenti se non è colpa tua per non essere riuscito a fare, che so, Cesare in 5 ore ma in 7 –sacrificando magari Sallustio– perché i ragazzi non capiscono espressioni difficili tipo «Cesare nacque a Roma nel 100 a.C.» e lo devi ripetere quelle 3-4 volte perché sennò dicono che corri troppo col programma e non aspetti gli studenti in difficoltà, non ti sei adeguato entusiasticamente alla scuola dell’inclusione e non ti preoccupi di garantire il successo formativo a tutti, anche a coloro che trovano difficile studiare la quinta declinazione perché, beh, un conto è rosa-rosae, un conto è dies-diei, oh uno si imbroglia, si confonde!

La programmazione, quindi, lungi dall’essere la liberazione dalle catene del fascistissimo programma ministeriale, si traduce in un aggravio di lavoro per scuole e docenti, in un’occasione di scazzo tra i loredanosputruzzullisti e gli antiloredanosputruzzullisti –non è che prima non si avesse la libertà di introdurre argomenti al di fuori dalla stretta aderenza al programma, al mio liceo si studiava approfonditamente Isabella di Morra ben prima dell’avvento del Berlinguer sbagliato–, in un cappio al collo che ti lascia penzolare come prima e più di prima, solo che prima almeno non pretendevano che tu per impiccarti dovessi prima fabbricarti da solo la corda. E nella solitudine del docente, che al di là delle genericissime linee guida, indicazioni nazionali, obiettivi specifici di apprendimento da trasformare in obiettivi formativi (ah ah ah), è lui che deve inventarsi il programma, deve trovare le competenze da sviluppare in un programma di greco di quarto ginnasio, sennò senza competenze mica si va avanti, è lui che all’atto pratico –visto che il nuovo Verbo è la praticità– si trova in classi pollaio a tirare la carretta e a ricevere calci in faccia se la classe è composta di gente che non vuole studiare.

Qui la prima e la seconda parte, qui la quarta e un post altrui.

Le parole sono importanti – 2

16/03/2017

Ancora, ciò che ci dà il polso della situazione nella scuola è l’uso del didattichese, quell’anti-lingua o neolingua che vorrebbe essere un linguaggio settoriale come tutti gli altri, ma che è composto in percentuali tossiche da fuffa e malafede. Prendete le competenze, già ne ho scritto e anche Salvatore Settis ha detto parole definitive. La spendibilità nel mondo del lavoro. Anche qui, ne ho parlato già nello scorso post e ne ha parlato anche Amleto De Silva in un post che già ho linkato e che voglio linkare ancora. Questo linguaggio assurdo, e i suoi contenuti che sono ancor peggio, ahinoi hanno fatto breccia nei cuori di alcuni colleghi, che ripetono le parole d’ordine come un mantra: competenze, didattica personalizzata, didattica individualizzata, sanno alla perfezione quale sia la differenza tra unità didattica e unità di apprendimento, programmano compiti di realtà e compiti autentici, disprezzano il modello trasmissivo, discettano con cognizione di causa di mastery learning, scaffolding, cooperative learning come antidoti alla noiosissima lezione frontale, e sono molto ben formati (e non a caso si parla di “formazione”, come se dovessero fare i muratori o gli estetisti) su tutte le metodologie didattiche all’avanguardia, sono convinti che l’apprendimento è negoziazione di contenuti secondo quanto afferma il costruttivismo (che poi vorrei capire come fai a negoziare i contenuti del programma di matematica: se per il docente 2+2=4 e l’alunno ceppone non sa fare 2+2, e magari dice che fa 22, che facciamo, negoziamo un bel 13 e tutti contenti?). Un lavaggio del cervello, una cura Ludovico da far accapponare la pelle. Non metto i link, cari miei pochi lettori, perché sono cose brutte brutte brutte da leggersi: se siete docenti e avete fatto più o meno il mio percorso le sapete e volete magari dimenticarvele, se non lo siete non sarò io a farvi venire gli incubi.

Quello che mi inquieta è che sabato scorso una mia collega (insegniamo al Classico entrambi), meno giovane di me, persona che stimo e ritengo un’ottima insegnante sia per la conoscenza della materia sia per la consapevolezza della professione che svolgiamo, parlando con il preside, ha detto una frase che mi ha fatto venire i brividi: «Noi diamo delle competenze ai ragazzi, che poi saranno spendibili nel mondo del lavoro». Questa cosa mi ha fatto e mi fa stare male fisicamente: se una collega così, anche una collega così si esprime in questo modo inter nos (il mio preside non è né uno sceriffo né un fissato con questa fuffa didattichese, anzi è persona di eccezionale serietà e umanità, oltre ad essere uno che svolge alla perfezione il suo lavoro, e non lo dico per piaggeria perché non leggerà mai queste mie righe, e comunque che io lo stimi lo sa benissimo, e sa anche che io con il potere non ho mai avuto un gran bel rapporto, e che finisco facilmente sulla lavagna dei cattivi), dicevo, se una collega così si esprime così davanti a me, al preside e a un’altra collega amica nostra, è indice del fatto che le cose non vanno bene, che il lavaggio del cervello sta agendo anche sui migliori di noi, su quelli più restii a diventare dei robottini indottrinati come i colleghi di cui sopra.

E questo è tragico. Le resistenze stanno cedendo.

 

 

Continua con la terza parte, segue dalla prima parte.

Le parole sono importanti – 1

15/03/2017

In realtà non so se ci sarà una seconda parte, una terza parte, una quarta parte, una dodicesima parte, ma da buon kierkegaardiano ritengo che ogni scelta sia una tragedia, un dramma, quindi quante più porte aperte mi lascio meglio è.

Da quando si parla di “formazione” la scuola è cambiata, diventando sempre meno attenta ai contenuti e sempre più attenta a creare connessioni con il mondo del lavoro, qualunque cosa significhi. Oltretutto si parla di “offerta” formativa, di “credito” e “debito”, termini non a caso appartenenti alla lingua dell’economia. La scuola offre, cioè vende un prodotto (la legge della domanda e dell’offerta), e gli alunni possono essere in debito o in credito con essa; per il debito c’è un apposito piano di rientro, gli IDEI (chiamarli corsi di recupero faceva brutto), Interventi Didattici Educativi Integrativi -sulla cui (in)utilità mi taccio. Se non rientri del debito c’è la non ammissione, che a questo punto che aspettano a chiamarla default?

Il credito invece sono i punti-maturità. Che cosa c’entri un punteggio che concorre a fare il voto finale dell’esame di Stato con la metafora cretinissima del credito solo l’idiozia dei nostri legiferatori ed esecutori lo sa. A questo punto anche i punteggi dei concorsi derivanti da titoli li possiamo chiamare crediti, no? E poi se c’è un credito c’è anche un debito, e viceversa. La scuola ti pignora lo zainetto se prendi 2? Puoi appropriarti di un pacco di fogli se sei in credito?

E vogliamo parlare del “successo formativo” che ha di fatto sostituito il vecchio e caro “diritto allo studio”? Dal modello trasmissivo al modello Mediaset: tutti hanno diritto al successo, quello che conta è il successo. Se vai male sei uno sfigato, sarebbe il sottotesto: ERRORE. Ripetete con me: “tutti hanno diritto al successo formativo”, e se necessario guardatevi l’articolo 1 del DPR 275/99, la Riforma Berlinguer insomma. Ripetete ancora una volta “successo formativo”. Suona bene, ve? Eppure contiene il virus della formazione al posto dell’istruzione che già abbiamo individuato, e anche il sottile suggerimento che bocciare è una cosa orrenda, e che se bocci sei tu che non sai insegnare. Non vorrai mica privare i ragazzi del successo? Non vorrai mica dire che non sono persone di successo? Il loro insuccesso, par di capire, non è dovuto al fatto che non studiano, che non si impegnano, che il pomeriggio preferiscono passarlo a guardare stronzate al computer, a conversare con diecimila persone che non conoscono sul fesbuc o sul tuider, a whatsappare compulsivamente, a impennare coi motorini o a togliersi i nippoli dall’ombelico. Non è dovuto al fatto che hanno magari sbagliato indirizzo scolastico, che credevano che il latino e il greco fossero facili e invece bisogna studiarli per ore, chi l’avrebbe mai detto mannaggia mannaggia. No, è dovuto al fatto che tu non li hai capiti, non li hai motivati, non li hai fatti sentire persone di successo. La sufficienza ormai è quasi (e per gli ordini inferiori di scuole leviamo pure il “quasi”) un diritto acquisito. Non importa che i ragazzi studino, non importa che se ne escano con un’istruzione, non importa che capiscano quello che c’è da capire nelle discipline scolastiche. No. Importa che siano “formati”, e che abbiano “successo”. La scuola insomma degradata a un maxicorso di formazione, e che quindi ne mutuerà tutti i limiti di una specializzazione estrema che paradossalmente spesso è coniugata con una certa superficialità, ma il paradosso è solo apparente: ti insegnano solo quello che ti serve, non il perché una certa cosa va fatta in un certo modo, e ciò ha un senso, in quanto se devi fare la manovra di Heimlich a poco ti serve una preparazione completa sulla fisiologia dell’apparato respiratorio, ma appunto, un corso di formazione sul primo soccorso non è una laurea in medicina. La scuola degradata alle accademie televisive in cui impari a cantare, ballare, muoverti sui mignolini, eseguire l’inno nazionale del Kurlundu con il buco del culo: quello che conta è che tu abbia successo, non che tu sappia. Per questo l’alternanza scuola-lavoro introdotta dalla Moratti e resa obbligatoria dalla Giannini non è il male assoluto, bensì è il coronamento di un piano preciso, è l’evidenza evidentissimamente evidente del modello di scuola che da 20 anni a questa parte sta avendo il sopravvento.

Per questo le parole sono importanti.