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Sono un incompetente

12/08/2016

Allora, il 3 agosto ho superato con il minimo la prova orale del concorso per la classe di italiano, storia e geografia sia per le medie che per le superiori. Invece il 6 non ho superato la prova di latino, in quanto sono un incompetente sulle competenze. Ma la cosa divertente è che ne vado fiero.

Le competenze (da pronunciarsi competénze, con la e chiusa perché fa più serio), secondo il DM 139/07, “indicano la comprovata capacità di usare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche, in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e/o personale; le competenze sono descritte in termine di responsabilità e autonomia”. E lasciamo stare quell’“in termine” anziché “in termini”. Il fatto è che, come ci chiede l’Europa, a scuola dobbiamo promuovere le competénze, a partire dalle competénze chiave elencate dal parlamento europeo nel 2006, trasformate da Fioroni nel 2007 in competénze di cittadinanza e specifiche degli assi culturali (4 grandi aree disciplinari). Interessante, nel testo europeo, è il fatto che nelle competénze (definite “per l’apprendimento permanente”!) c’è lo spirito di iniziativa e l’imprenditorialità.

Orbene, io quando sento la parola imprenditorialità, come riflesso condizionato mi metto a cantare Voglia di biscione, ma questo è un fatto mio. Quello che spaventa è l’idea che l’Europa unita e l’Italia in prima fila hanno della scuola. Quello che voglio dire, in soldoni, è che le riforme Gelmini e Giannini (ho ribrezzo a chiamarla “buona scuola”) altro non fanno che completare un disegno in cui nella scuola i contenuti sono oramai un optional, quello che conta sono solo le competénze, le stramaledette competénze. Insegni Dante? Devi preoccuparti alle competénze che attivi. Insegni le disequazioni? Devi sapere, in un’ottica di alternanza scuola-lavoro (non a caso abbreviata in ASL) quali sono le competénze attivate, nei casi più hardcore devi integrarle in un modulo di alternanza scuola-lavoro (oh sì! dai! integrami tutto! modulizzami le competénze!). Sia mai che uno insegni una cosa senza ricadute pratiche, sia mai che uno voglia promuovere la curiositas cognoscendi. In pratica, arriveremo a un punto in cui davvero i contenuti disciplinari saranno un dettaglio ininfluente, in cui non ci sarà più differenza tra la scuola e quella stronzissima metafora dell’università della vita, che è l’argomento-clou dei cepponi che, siccome a scuola prendevano 2 appena aprivano bocca o posavano la penna sul foglio perché non era proprio arte loro applicarsi, dopo anni che hanno sognato di levarsi i paccheri da faccia ora danno sfogo al loro revanscismo da miserabili sostenendo che la scuola non serve a niente, quello che conta sono le esperienze di vita, la scuola è roba per figli di papà che non hanno bisogno di guadagnarsi da vivere e perdono tempo sui libri (lo dicano al proprio medico quando ne affollano lo studio perché gli fa male un pelo superfluo). E che noi insegnanti siamo privilegiati, fannulloni eccetera. Ora, in pratica, tanto l’Europa unita quanto la sua emula stracciacula, cioè l’Italia, danno ragione a questa gentarella perché quello che importa sono le competénze, perché la conoscenza delle cose non va bene da sola, e fin qua sarei pure d’accordo, se tutto questo non si traducesse in un ruolo totalmente ancillare dei contenuti disciplinari, che come ho già detto poc’anzi stanno diventando sempre di più un optional.

Come lo è stato per me alla prova orale di latino del concorso a cattedra (ho invece superato quella di italiano). Dopo aver illustrato una lezione su Ovidio, Amores I, 9, le domande che mi sono state fatte sono:

  • come integrerebbe questa lezione in un modulo di alternanza scuola-lavoro
  • quali competénze relative alle prove invalsi della maturità, che forse e sottolineo forse saranno introdotte alla fine dell’anno scolastico che sta per iniziare.
  • differenza tra unità didattica e unità di apprendimento

Ora, le risposte alle prime due domande sono irrintracciabili nel libro delle avvertenze generali che ho comprato, ma questo forse è un problema solo mio, possono tranquillamente rispondermi che dovevo leggermi le normative ecc. ecc.; alla terza ho risposto con le quattro chiacchiere che stavano scritte sul libro ma anche qui vale la stessa obiezione. Anche se, all’atto pratico, conoscerne nei dettagli le differenze è un esercizio, mo ci vuole, sterile sterilissimo. Nel senso: se dobbiamo approntare delle unità di apprendimento, a che ci serve sapere in che cosa si differenziano dalle obsolete unità didattiche?

Insomma, vedo una schizofrenia di fondo in tutta la governance del sistema scolastico. Da un lato dobbiamo promuovere le competenze, dall’altro da noi si cercano conoscenze pure approfonditissime e tanto specifiche da essere quasi monotematiche; da un lato tutto deve essere finalizzato alla costruzione di competénze, dall’altro non va bene che uno abbia nel suo bagaglio il problem solving, quello stesso problem solving che dobbiamo promuovere. Vale a dire: a me sinceramente non me ne fotte un emerito cazzo dell’integrazione di un’elegia di Ovidio in un modulo di alternanza scuola-lavoro. Non me ne fotte fin quando non viene un preside, una vicepreside, una funzione strumentale, insomma qualcuno che abbia il potere di farmi porre il problema, e a quel punto storto o morto mi dovrò porre il problema, per il momento le curvature disciplinari dell’insegnamento del latino non è nemmeno l’ultimo dei miei pensieri: non è proprio un pensiero. Dice: eh ma uno le cose le deve sapere. Certo, ma esiste anche l’espressione latina cum grano salis, cioè le cose vanno prese con un pizzico di sale in zucca. Vale a dire: non mi si può dire che non posso insegnare latino per questi motivi che non c’entrano niente con la disciplina. Il paradosso quindi, è che per insegnare latino devi sapere queste cose qua, secondo la commissione, e non solo secondo loro, tant’è vero che questo è il primo concorso in cui per insegnare latino e greco non devi dimostrare di sapere la lingua. Sissignori: allo scritto la prova non era di traduzione. Evidentemente quando uno corregge una versione deve tener da conto le curvature, gli OCSE PISA, le psicostronzate pure ed applicate e tutte le supercazzole che tanto piacciono alle genti che frequentano il MIUR.

Il modello che sta diventando dominante, quindi, è quello della didattica senza contenuti, anche se poi in sede concorsuale, dove, ripeto, non devi dimostrare di saper tradurre (e no, non vale l’obiezione secondo cui già abbiamo tradotto alle prove dei corsi abilitanti, prima di tutto perché i PAS non hanno sostenuto una selezione preliminare, poi perché se tanto mi dà tanto, allora date il ruolo anche a noi stracciaculi con l’abilitazione dimidiata e amen), in sede concorsuale, dicevo, ti chiedono cose che presumono studi specifici, nemmeno di livello universitario, e qui ho due esempi personali freschi freschi.

  1. Mi è stato chiesto come ultima domanda, quando ormai il mio destino era segnato, quale fosse l’etimo di elegia secondo gli ultimi contributi. Avevo letto su un libro abbastanza recente che gli ultimi contributi sembravano orientati verso un’origine non indoeuropea della parola: no, non va bene, si vede che lei non è informato
  2. Una delle domande della prova scritta di greco recitava così: [primo stasimo dell’Antigone di Sofocle, ovviamente in greco], il candidato organizzi un percorso multidisciplinare sull’Antigone, indicando anche quali passi far leggere, in traduzione o in lingua originale. Ora, due precisazioni:
    1. i canti corali delle tragedie sono scritti in dialetto dorico, che non è il greco che si insegna a scuola, e sono pieni di parole obsolete o poco comuni, insomma senza un vocabolario è difficile capire appieno il passo proposto;
    2. se non conosci a memoria l’Antigone non puoi rispondere, evidentemente, e sticazzi se altri concorrenti l’hanno fatto. Io non conosco a memoria l’Antigone, non so aprioristicamente scegliere quali passi far leggere senza il testo davanti. Questo inoltre significa che secondo il MIUR uno dovrebbe conoscere a memoria tutte e 41 le tragedie dei tre tragediografi maggiori, visto che come è uscita l’Antigone avrebbe potuto uscire l’Agamennone di Eschilo o l’Elena di Euripide, il criterio quello è. E infatti ho risposto che questa domanda non era pertinente per verificare se uno sapesse insegnare o meno, per i motivi sopraesposti, che è paradossale che ci si chieda di promuovere le competenze e poi ci si chieda la conoscenza a menadito di una tragedia, e infine che questo tipo di domande è peggio dei test a crocette, dove la soluzione è una e una sola. Ovviamente non ho superato lo scritto di greco, ma non mi aspettavo certo di superarlo. Ho voluto cadere con le armi in pugno, diciamo.

Per concludere, quindi, a preoccuparmi non è tanto la mia bocciatura a latino, perché tanto ho superato la prova per italiano, storia e geografia alle medie e alle superiori; non è la mia classe di concorso preferita (proprio no), però chiederò, dopo l’anno di prova, continuamente il passaggio di cattedra fin quando non lo otterrò. A preoccuparmi invece è il modello di scuola che hanno in mente. Un modello di scuola che è davvero spaventoso, un modello di scuola che è la morte della scuola sotto una valanga di carte e di ideologia utilitaristica. La chiamata diretta dei presidi si limita a completare il quadro, già fosco di suo.

 

Purtroppo mia madre non potrà mai sapere com’è andata a finire perché è morta il 7 luglio. Il 14 ho ricevuto la convocazione per gli orali.

Del perché anche la scuola pubblica diventa un diplomificio

11/08/2016
  1. Alcuni docenti se ne fottono, e dagli torto per come è diventata l’istruzione in Italia, visto che
  2. I presidi dicono di non bocciare per questione di prestigio della scuola (risultati migliori) e perché
  3. Se bocci vai male alla valutazione della scuola (esempio ne sia l’invalsi del cazzo) e soprattutto perché
  4. Se poi i genitori tolgono i ragazzi dalla scuola per mandarli a un’altra “più facile” o a una privata, grazie alla spending review (traduzione: ogni spesa pubblica è un inutile spreco, soprattutto istruzione e sanità), si accorpano le classi esigue e quindi si perdono cattedre. E nei casi peggiori si accorpano le scuole o vengono proprio soppresse.

Della maniera di trattare i sottoposti

10/08/2016

Urlare e sbraitare contro i sottoposti o fare gli ironici nei loro riguardi solo perché hanno espresso un’opinione contraria alla propria, oltretutto davanti a tutto l’organico dell’ente presieduto, è da incivili.

Confondere una divergenza di opinioni con un’offesa personale delegittimante, e rispondere con attacchi personali delegittimanti è da incivili.

Anche se si parla in perfetto italiano, se si è laureati e se la propria carriera è splendida splendente. Anzi tanto più.

Dedicato alla mia amica A., in ricordo di oramai un anno e mezzo fa.

Corsi e concorsi storici

09/03/2016

Bandite il corso abilitante nominato tieffeà. Ci spillate 100 euro per ogni classe di concorso. Buttate fuori il 90% dei concorrenti coi test a crocette (pure con domande sbagliate e di conseguenza risposte date per buone). Cosa positiva: i test a crocette saranno nozionismo, ma sono anche una garanzia di maggior onestà. E poi altre due prove, scritto e orale.

Ci fate pagare in due (!) comode rate 2500 euro. Ci fate seguire un corso di pochi mesi tutti i pomeriggi con scadenze ravvicinate, corso sostanzialmente inutile tanto nella fase disciplinare che nella fase pedagogica (le “psicostronzate”), e l’unica cosa utile, il tirocinio diretto, cioè a scuola, ci viene decurtato nelle ore perché non c’è tempo.

Ci abilitate dicendo “dovete però fare il concorso”. Ok, lo sapevamo. Ma con noi ci sono i “congelati” delle Ssis che per loro vicende professionali (dottorato, perfezionamento…) o personali dovettero rimandare l’accesso alle Ssis che nel frattempo furono cancellate. Loro però, a seguito di ricorsi, sono entrati nelle graduatorie a esaurimento e molti di loro ora sono di ruolo grazie al piano di assunzione assorbimento della buona scuola, un cavallo di Troia che ha spaccato il fronte di coloro che potevano avere qualche motivo per firmare per i referendum abrogativi della legge 107.

Ora bandite un concorso, da cui 2 su 3 risulteranno perdenti. Cioè prima mettete il numero chiuso ai corsi abilitanti  in modo da escludere la maggioranza degli aspiranti abilitati e poi cacciate due terzi degli abilitati. Ma nel frattempo avete spalancato le porte dell’abilitazione a chi avesse 36 mesi di insegnamento: il Pas, frequentato in maggioranza dagli esclusi delle crocette Tfa e da gente che ha lavorato aggratis nelle private, vendendo se stessi e la categoria intera, come ho detto milioni di volte. Prima ci selezionate, poi ci dite benebravobis, poi ci mettete l’un contro l’altro armati. E sì, lo sapevamo già quando sostenemmo le prove nel 2012. Ma non sapevamo che avremmo avuto 2 mesi di tempo per prepararci, che avreste buttato fuori due terzi di noi, che avreste incluso gente mai selezionata (i Pas, che se ci fosse una giustizia sarebbero gli unici che dovrebbero essere sottoposti a prove concorsuali), che avremmo vinto 3 anni di lavoro rinnovabili ma anche non rinnovabili (leggere articolo 10), poi finisci nell’albo provinciale e i presidi potranno chiamarti in base al tuo curriculum. Nemmeno fosse un’azienda privata, in culo a qualunque concetto di oggettività su cui si fonda il sistema delle graduatorie.

Sottopagate i commissari d’esame.

Per quale motivo non dovremmo mandarvi affanculo?

Ma figuriamoci, dovremmo boicottare e non boicotteremo. Quanto a me, obtorto collo parteciperò, hai visto mai che facciano una sanatoria (come quella per i sissini congelati o per gli idonei al concorso 2012, che peraltro doveva essere quello il nostro concorso ma -ops!- il governo Monti pensò bene di escluderci bandendolo insieme all’apertura delle iscrizioni al Tfa e chiudendolo ai non abilitati, che peraltro hanno partecipato con riserva vincendola pure: altra sanatoria), dicevo: hai visto mai che fanno una sanatoria per i tieffini perditori di concorso a patto che abbiano partecipato?

Intanto mi sale lo schifo.

Curva Nord

02/12/2015

Non è che torno sui miei passi: questo non è e continua a non essere un blog di politica; tuttavia, come ho anticipato nel post sulle assurde accuse agli insegnanti, qualcosa non già sulla politica in Italia, ma su come l’italiota medio si approccia a qualsivoglia discussione di politica, va detta. E non potrò esimermi dal fare esempi, ahivoi.

In sintesi, l’italiota medio parla di politica come se stesse allo stadio. O come un bambino nella fase caccapupù. Vale a dire: mai nel merito, l’unico criterio di discernimento è il primordiale buono/cattivo, mi piace/non mi piace, criterio declinato aprioristicamente, perché, ribadisco, l’italiota medio evita come la peste il merito delle questioni. Ne fa un fatto di casacca, e quando un personaggio politico cambia casacca, l’italiota medio è prontissimo al servo encomio (se la nuova casacca è quella che gli piace) o al codardo oltraggio (nel caso opposto).

Ovviamente, questo modo di interpretare la realtà porta l’italiota medio a non giudicare più una proposta di legge, una legge approvata, una visione del mondo (figuriamoci), finanche una battuta di spirito per quello che è: il bene e il male sono spostati dall’oggetto alla persona.

Poniamo che un politico che si chiama Bustrufoni voglia modificare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori attenuandone la portata verso una minore tutela del lavoratore ingiustamente licenziato: quelli che votano solitamente per lui saranno d’accordo, gli altri no, organizzeranno proteste di piazza, grideranno con quanto fiato avranno in gola contro il governo servo del capitale eccetera. Uno allora si aspetta che quando a proporre la stessa cosa sia un politico di nome Finzi, diventato capo del governo e segretario del partito principale dello schieramento opposto a Bustrufoni, coloro che votano per il suo partito pensino di essere stati traditi da Finzi, e che protestino contro di lui, magari anche con maggior veemenza perché, avendogli dato fiducia in varie consultazioni elettorali, si aspettavano tutt’altro tipo di politiche. E invece no! L’italiota medio, dato che tifa invece di sostenere idee politiche, salta su a spiegare come e qualmente abolire o depotenziare il succitato articolo 18 sia cosa buona e giusta perché, diciamocelo, questi sfaticati di lavoratori sono troppo tutelati, ora uno non li può più licenziare, eccheccazzo, il lavoro mica è un diritto a vita! E ai Co.co.pro senza articolo 18 chi ci pensa? E ai disoccupati? E ai marò? Meglio merda per tutti anziché per alcuni, dicono coloro che fino a ieri volevano estendere le tutele dell’articolo 18 anche ai non garantiti. Ma solo perché al governo c’era Bustrufoni che è brutto e cattivo.

Poniamo, poi, che un politico che si chiama Pignattoli insulti, paragonandola a una scimmia, un ministro della Repubblica, donna di colore, appartenente o vicina al maggior partito della coalizione avversaria. Poniamo che questo Pignattoli sia o sia stato amico di Bustrufoni e abbia governato insieme a lui. L’italiota medio che ama Bustrufoni assolve Pignattoli facendo esercizio esegetico sulle sue parole, in fondo non siamo scimmie tutti noi? L’italiota medio che si riconosce in Pignattoli, frattanto, applaude senza vergogna, roso dall’invidia per non avere avuto lui l’ideona di dare della scimmia al ministro, o di non essere finito sui giornali quando la sera, in canottiera e ciabatte davanti alla tele, rutta insulti ancora peggiori all’indirizzo dei negri. L’italiota medio che sta dall’altra parte, invece, si indigna, posta a raffica su Facebook commenti pieni di passione antirazzista, esce di casa e va in cerca del primo fratello nero da abbracciare. Può essere chiunque, pure Boko Haram, basta che sia nero di pelle. Poi però gli anni passano, il maggior partito resta il maggior partito ed esprime ancora il Presidente del Consiglio, che è però un altro, diciamo Finzi. Poniamo che in Parlamento si discuta una riforma istituzionale voluta fortemente da Finzi e osteggiata invece dal partito di Pignattoli. Poniamo che serva una maggioranza ampia per approvare questa riforma, che ci siano tempi ristretti e che Pignattoli presenti milioni di emendamenti in Senato per far fallire la riforma. Poniamo che in quei giorni il Parlamento debba decidere se autorizzare la magistratura a procedere contro Pignattoli, che nel frattempo era stato denunciato per quella frase razzista. Poniamo che il partito di Finzi non autorizzi la magistratura a procedere contro Pignattoli che, guarda caso, ritira gli emendamenti (poi ne presenterà altrettanti, ma questa è un’altra storia). Insomma: poniamo che il partito di Finzi baratti l’articolo 3 della Costituzione con la riforma del Senato. Dichiari che l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge è carta da culo perché se ti chiami Pignattoli puoi insultare impunemente una donna nera, basta che non ostacoli la votazione sulla riforma. L’italiota medio che tifa Finzi che fa? Si indigna? Protesta? Scende in piazza? No. Fa finta di niente. I più arditi urlano genericamente «vergogna!» su Facebook, prendendosela con il razzista Pignattoli e non con chi gli ha salvato il culo, perché si dà il caso che chi ha salvato il culo a Pignattoli siano proprio i loro beniamini.
Il livello, poi, si abbassa ulteriormente nello scontro tra opposte tifoserie fazioni politiche, in alto come in basso. Da un lato si addita l’avversario come “gufo” e “rosicone”, dall’altro si urla “siete mortiiiiii”, dall’altro ancora “comunisti coglioni e indegni”, e se questo è l’eloquio di parlamentari e ministri, capirete bene che l’italiota medio ci va a nozze. Già abbiamo notato di sfuggita, nel post precedente, come il coro di “parassiti! Privilegiati!” trovi il corrispettivo e l’esempio da seguire in certi politici, come ad esempio taluni ministri che deliravano (sobriamente, guarda caso facevano parte del governo dei Salvatori della Patria) di bamboccioni, choosy e gente che se riceve il reddito di cittadinanza poi va a finire che se ne sta comodamente seduta a mangiare pasta al pomodoro invece di lavorare. Ma almeno in quel caso c’era un ragionamento, un’idea. Idea del cazzo, ma idea, anzi ideologia (ma chi ha detto che sono morte?).

Ora va di moda la terminologia da scuola elementare, che già era stata sdoganata da quel tal Presidente della Repubblica che definì un avversario politico “zombie con i baffi” dalle cui “manacce” avrebbe dovuto difendere lo Stato; poi siamo passati ai gestacci di quel tale, poi diventato ministro, che inventò il partito del sopracitato Pignattoli. Poi siamo arrivati alla dicotomia amore/odio di Bustrufoni, e ai suoi fans che urlavano «mortadella!» al Presidente del Consiglio in carica, reo di non chiamarsi Bustrufoni. Fino all’oggi. Basta andare sulla pagina Facebook di un qualunque giornale per assistere alla gara a chi fa la cacca più puzzolente e la tira meglio in faccia all’avversario, servendosi di immagini ridicole e sempre quelle, argomentazioni non pervenute, conta delle pulci addosso all’interlocutore, in una litania che si ripete all’infinito e che letta una, lette tutte.

Non so voi, ma io a tutta questa brava gente, a questi onesti lavoratori, toglierei il diritto di voto. Non definitivamente, ma quantomeno fin quando non avranno superato un esame. Loro che, ad esempio, cacano il cazzo a noi insegnanti, che dobbiamo essere valutati, perché siamo dei fannulloni strapagati e privilegiati che vessano i loro figli, proprio loro che votano a cazzo di cane, perché hanno ricevuto soldi, promesse elettorali (sia quelle che si fanno a livello locale, sia le suddette superpromesse), perché hanno sempre votato per quel partito lì anche quando aveva un altro nome e soprattutto un’altra visione politica e altri amici. Proprio loro che scambiano per esimi statisti persone che manco al bar sport 40 anni fa li avrebbero lasciati entrare, che pendono dalle labbra della bella ministra o capogruppo solo perché se la vorrebbero scopare e votano di conseguenza. Proprio loro, superino un esame di:

  1. comprensione del testo
  2. logica
  3. storia contemporanea
  4. Costituzione italiana
  5. grammatica italiana
  6. matematica da scuola elementare.

Esame da ripetersi ogni 5 anni per prolungare il proprio diritto al voto.

Perché se i politici sono lo specchio della popolazione, c’è da ammettere che siamo un popolo di merda, altro che immigrati. Siamo un popolo di tifosi da curva nord, siamo un popolo che crede alle narrazioni, un popolo di boccaloni che si fanno comprare con promesse mirabolanti (il milione di posti di lavoro, l’abolizione dell’IMU – che per inciso io considero una tassa stronza, basti vedere quale governo tanto amato la introdusse, con il nome di ICI) o con elemosine da miserabili, ieri le scarpe una prima e l’altra dopo il voto, oggi gli 80 euro, domani una batteria di pentole, un materasso, una casa. Un popolo che vive di partito preso, che scambia Monti (sì, ora uso i nomi veri) per un tecnico neutro o addirittura per un politico vicino alla sinistra solo perché non si chiama Berlusconi (anche se poi governa grazie alla maggioranza berlusconiana), che scambia Renzi per un uomo di sinistra e vota PD perché un tempo era il PCI, che odia il proprio vicino e gode quando soffre, che invece di desiderare il meglio per tutti vuole che venga punito il lavoratore della porta accanto perché ha privilegi che lui non ha, tipo il non poter essere licenziato perché al tuo capo stai sul culo o per le riorganizzazioni che guarda caso non fanno mai saltare le teste dei dirigenti. Che gioisce per la morte in un incidente di un candidato sindaco del partito avversario. Che si indigna quando vede gli impiegati e i funzionari comunali andare a timbrare il cartellino in mutande, ne vorrebbe la testa, si produce in filippiche contro i fannulloni del pubblico impiego e non si chiede chi ce li ha messi, lì, quegli impiegati, che esulta quando Renzi emana il decreto contro le assemblee sindacali per i noti fatti del Colosseo senza rendersi conto che la colpa era di chi doveva pubblicizzare e non lo ha fatto, e chi non sa scrivere un cartello in inglese. E, magari, se lo stesso decreto l’avesse emanato il governo Berlusconi, si sarebbe dato fuoco in pubblica piazza contro il fascismo ritornato.

Se diciotto ore vi sembran poche…

23/11/2015

Privilegiati. Fannulloni. Ignoranti. Presuntuosi. Strapagati. Tre mesi di ferie. Diciotto ore. Un sacco di tempo libero. Frustrati. Vendicativi.

Questi sono i luoghi comuni sugli insegnanti che spande a piene mani l’italiota medio, in questo vellicato anche da un buon numero di partiti ed esponenti politici, anche di governo, anche tramite il non detto.
A tutti costoro dico una cosa semplice semplice: avete rotto il cazzo.

Non dico che non ci siano dei pro, mentirei se lo negassi. Però qua non stiamo facendo le classifiche della pesantezza del lavoro, e in ogni caso non siamo noi insegnanti a offendere sostenendo che il lavoro altrui è meno pesante e usurante, più comodo e facile del nostro (tranne casi particolari). Non siamo noi a fare la prima mossa, a guardare nel piatto degli altri. Casomai replichiamo, e quasi sempre per difendere la dignità del nostro lavoro e rimarcarne la faticosità e la difficoltà. Stare a fare confronti, a scannarsi su chi faccia il lavoro più pesante, stare a fare le pulci al proprio prossimo ci sembra una roba, questa sì, da frustrati sfigati. E invidiosi (un termine che piace alla gente che piace, soprattutto nella variante rosiconi).

Comunque, vediamo quanto è comodo il nostro lavoro: chi ha orari di lavoro, d’ufficio o di fabbrica, normalmente non si porta il lavoro a casa, anche se lavora sul luogo di lavoro più ore settimanali rispetto a noi; gli insegnanti, invece, a fronte dei pomeriggi (quasi sempre) liberi e dei cinque giorni lavorativi (come del resto parecchie categorie) settimanali, si portano quasi sempre il lavoro a casa. Compiti da correggere, relazioni e programmazioni da stendere, lezioni da preparare. Un’infinità di tempo mai misurato, ma che è tanto. Concentrazione necessaria, e chi ha una famiglia a carico non sempre riesce, a casa, a ritrovare le condizioni ottimali per concentrarsi. C’è poi che noi insegnanti abbiamo una vita. Andiamo a fare la spesa, portiamo i bambini al doposcuola o a lezioni di sport o musica, o semplicemente a mangiare un gelato, li seguiamo nei compiti, paghiamo le bollette, ci rivolgiamo a professionisti, ci innamoriamo, corteggiamo, facciamo l’amore, soffriamo, andiamo a trovare qualche amico che festeggia il compleanno, abbiamo dolori alla cervicale, ci si rompe l’auto o qualche tubo dell’acqua. Tutto questo lo affrontiamo fuori dalle mitologiche 18 ore. Tutto questo lo affrontiamo, spesso, mentre dobbiamo continuare a lavorare fuori dalla scuola.

Veniamo poi alla questione 18 ore e 3 mesi di ferie. Partiamo dai 3 mesi di ferie: non starò qui a dire che non è vero, anche se spesso è vero che non è vero: fino a metà luglio una buona parte di insegnanti di scuola superiore è impegnata con gli esami di maturità, e a inizio settembre ci sono, per tutti coloro che cominciano a lavorare già da settembre, collegi docenti e riunioni dipartimentali per la programmazione e roba del genere. Ma ammettiamo che sia così: le riunioni settembrine non ci sono tutti i giorni, gli esami di Stato non ci sono per tutti. I 3 mesi di ferie ci servono. Come ci serve lavorare 18 ore settimanali, massimo 24 (e parlo sempre delle ore trascorse a scuola, e tralascio volutamente le 40 ore in più che dobbiamo impiegare fra riunioni, incontri scuola-famiglia ecc.). Perché, magari non ci crederete, ma insegnare è faticoso. È faticoso già di suo: chi ci rinfaccia l’orario ridotto venga lui a tenere desta la concentrazione intellettuale per 18 ore la settimana. Venga lui a spiegare, vale a dire, nel linguaggio che tanto amano coloro che, secondo un Collega con la maiuscola, “ritengono che, se gli studenti non studiano, la colpa sia degli insegnanti che non sanno adeguatamente motivarli”, trasformare il sapere sapiente in sapere insegnato, vale a dire, nel mio linguaggio terra terra, rendere i contenuti della materia in un modo che anche il più ceppone degli studenti riesca a capirci qualcosa; venga lui ad ascoltare i ragazzi conferire sulle proprie materie, e a doverli anche valutare. E mi sto fermando agli aspetti tecnici ed asettici (anche se la valutazione, specie in questi ultimi tempi, a forza di pretendere che sia sempre più asettica, sta diventando sempre più settica. Ma ci torneremo). Certo, è durissima mantenere la concentrazione anche a tagliare mattonelle, se ti distrai ti parte un dito ed è un attimo perché accada. Ma non siamo noi a dire agli altri che il loro lavoro è una stronzata per quanto è facile, e certo la concentrazione da tenere per tagliare mattonelle, per quanto sia indispensabile ed importantissima, non è paragonabile all’impegno intellettuale da tenere a scuola. Non foss’altro che per il fatto che per tagliare mattonelle non serve una laurea (e forse nemmeno la terza elementare). Per insegnare sì. Già 100 anni fa, quando la considerazione sociale era ben più alta e non si era costretti a diventare anche burocrati, contabili e domatori di leoni (i ragazzi tremavano davanti al maestro o al professore, e anche 20 anni fa la mia generazione ne aveva ancora un certo timore reverenziale), il futuro presidente Einaudi sosteneva questo:

La merce «fiato» perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità.
Chi ha vissuto nella scuola sa che non si può vendere impunemente fiato per 20 ore alla settimana, tanto meno per 30 ore. La scuola, a volerla fare sul serio, con intenti educativi, logora. Appena si supera un certo segno, è inevitabile che l’insegnante cerchi di perdere il tempo, pur di far passare le ore.
Buona parte dell’orario viene perduto in minuti di attesa e di uscita, in appelli, in interrogazioni stracche, in compiti da farsi in scuola, ecc., ecc. Nasce una complicità dolorosa ma fatale tra insegnanti e scolari a far passare il tempo,pur di far l’orario prescritto dai regolamenti e di esaurire quelle cose senza senso che sono i programmi.

Inoltre, in aggiunta a questo impegno intellettuale, da non sottovalutare è il fatto che siamo responsabili anche della custodia di minorenni. E della loro condotta, nella misura in cui dobbiamo valutare anche questa, e se necessario sanzionarla. E che quindi dobbiamo, mentre spieghiamo, interroghiamo, somministriamo (come purghe) compiti in classe, anzi verifiche scritte, dobbiamo pure mantenere l’ordine, evitare che i ragazzi si accoltellino o ci accoltellino, per dirne una. E poi controllare le giustificazioni per le assenze, controllare che in caso di uscite anticipate o entrate posticipate i ragazzi esibiscano relativa autorizzazione, segnare sul registro cartaceo e poi anche su quello elettronico assenze, lezione svolta, lezioni assegnate, ritardi, circolari lette, note disciplinari eccetera (in questo sono svantaggiati soprattutto i docenti che hanno la prima ora, tipo me quest’anno).

E poi il lavoro che ho già detto che è inquantificabile, quello a casa, quello che riguarda le correzioni delle suddette verifiche scritte, che richiede non solo concentrazione, ma anche, spesso, attenersi alle famigerate griglie di valutazione. Questo grande ritrovato della sapienza moderna in pratica prevede di ridurre entro una casistica precotta quello che, soprattutto per le materie umanistiche, è per forza di cose individuale, aleatorio e difficilmente ingabbiabile. Esempio: un tema. Errori di grammatica a parte (ma anche qui possiamo discutere all’infinito sul concetto di errore lieve/errore grave), rispondenza alla consegna a parte (ma anche qui, a parte clamorosi casi di uscita fuori traccia o fuori tipologia, possiamo discutere all’infinito sul grado di rispondenza), quello che per me è un temino decente, per un collega può essere un elaborato appena al di sotto della sufficienza, quello che per me è un “discorso padroneggiato, ottima coesione”, per un altro può essere un “discorso ben padroneggiato, fondato su relazioni logiche ineccepibili, eccellente coesione”, quella che per me può essere “comprensione del testo completa” per un altro può essere “comprensione del testo completa e puntuale”, e vai poi a vedere chi ha ragione. E vedere chi ha ragione non è un esercizio ozioso, perché i ragazzi sono anche abituati, ormai, a contestare il voto, a volere il mezzo voto in più, addirittura il quarto di voto in più, e talora le loro pretese trovano accoglimento da parte di chi non dovrebbe mai legittimare polemiche del genere (presidi, coordinatori di classe, a volte giudici amministrativi). Il fondamento filosofico dell’introduzione di queste griglie nella scuola italiana è, dietro il paravento dell’oggettività che dovrebbe anche tutelare il docente dalle contestazioni, il convincimento che il docente è uno stronzo che valuta a cazzo di cane, lasciandosi prendere dalle simpatie o antipatie, o semplicemente la mattina si è svegliato di cattivo umore e allora mette brutti voti a capolavori che ben figurerebbero nelle migliori antologie e di conseguenza gli studenti vanno tutelati dai suoi arbitrii.

Ma il lavoro non quantificabile non è solo questo. È anche il prepararsi le lezioni, attività che può portar via pochi minuti al giorno per i docenti come me che improvvisano la lezione, parlano a braccio su un argomento e sono molto teatrali, ma che per coloro che si sentono più insicuri, che hanno bisogno di scandire meticolosamente i punti della lezione da spiegare, magari anche cronometrandosi nell’esposizione, può impegnare pomeriggi interi. E anche i docenti come me, se assegnano brani antologici, quantomeno devono leggerseli prima di assegnarli, e se assegnano le versioni idem con patate.

Quindi i tre mesi di ferie ci servono per tirare il fiato. Le diciassette ore in meno settimanali ci servono per tirare il fiato. Il giorno libero ci serve per tirare il fiato. Oltretutto, se non avessimo i celebri tre mesi di ferie, cari schiavisti stronzi del cazzo, sapete quale sarebbe la conseguenza? Che i vostri figli non avrebbero i celebri tre mesi di vacanze estive. Che dovrebbero schiattare di caldo nelle aule, e allora vorrei sentirvi urlare in difesa dei poveri ragazzi costretti, dopo un anno di faticosissimo studio (e magari hanno al posto della pagella una schedina del totocalcio), a restare in classe anche con quaranta gradi all’ombra ad ascoltare il frustrato di turno che si sfoga mettendogli 2 e rompe le palle con Leopardi o con gli integrali che, insomma, a che cazzo servono nella vita? Perché, signori miei, senza la presenza dei ragazzi a scuola, anche la nostra presenza resta inutile, se escludiamo le succitate riunioni dipartimentali, collegi docenti, consigli di classe eccetera: le decisioni da prendere, le programmazioni da sviluppare, e tutti gli adempimenti non ci portano certo via, almeno come tempo da impiegare a scuola, 35 ore settimanali. Magari ci impegnano 35 ore, ma poi basta: una programmazione annuale, una volta scritta, non è che la rifai ogni settimana.

Morale della favola: venite voi a lavorare al posto nostro e vediamo se poi sareste freschi e riposati, e soprattutto se sapreste fare meglio di noi.

E soprattutto andatevene affanculo, voi e i vostri luoghi comuni da bar sport, ignoranti che non siete altro (ma a niente a niente ce l’avete con la categoria degli insegnanti perché a scuola eravate particolarmente cepponi e vi abboffavano di 4?). Che se in Italia stiamo combinati così, la colpa è soprattutto della gente di merda come voi.

La buona scuola siamo noi

04/09/2015

Dovrei scrivere qualcosa sulla meravigliosa, ma che dico meravigliosa? Supermeravigliosa, ma che dico supermeravigliosa? Supermegameravigliosa Riforma Della Scuola varata dal nostro eccellentissimo governo del Fare (un altro?). Ma sono così pieno di rabbia e frustrazione, e vengo anche da un’estate cominciata male e finita peggio (non scenderò nei particolari perché questo non è un blog in cui parlo dei fatti miei). Ne scriverò un altro giorno, spero presto.

Oh 2,5 lettori, non abbandonatemi eh.

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