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Le parole sono importanti – 3

19/03/2017

Nel fatato mondo della scuola è ormai storia antica il concetto di programma, sostituito dalla più dinamica, moderna, avanguardistica programmazione in base alle indicazioni nazionali e alle linee guida del ministero (proprio così: per i Licei ci sono le indicazioni nazionali, per i Tecnici e Professionali le linee guida, e no, non chiedetemi il perché, che poi manco lo voglio sapere) che si articolano in obiettivi specifici di apprendimento, vale a dire conoscenze, capacità e competenze.  Anche qua evito di mettere i link, ma sappiate che sono dei mantra che vengono ripetuti dalla riforma Berlinguer ai giorni nostri. La programmazione, rispetto al programma ministeriale, è modulare, è adattabile alla classe attraverso le unità didattiche, ops pardon, le unità di apprendimento che hanno sostituito le unità didattiche (chiamarle “argomenti” significherebbe ordunque accettare il retaggio gentiliano, novecentesco, impositivo, mai sia, ptù, ptù) perché le unità didattiche sono fisse, mentre le unità di apprendimento no, sono fighe, sono adattabili alla classe eccetera. Come? Nessuno lo sa, ma avete presente i misteri della fede? Ecco, le normative scolastiche e i commentari sono in pratica il Nuovo Testamento della Scuola Italiana. Testamento, ovviamente, nel senso che la Scuola Italiana sta per schiattare.

Ma torniamo a bomba. La programmazione è in pratica il programma che si svolgerà durante l’anno, e che il dipartimento prevede a inizio anno e che ciascun docente deve fare entro metà novembre. Sì, capito bene. Ci sono indicazioni ministeriali, da cui poi il dipartimento deve estrarre i programmi della scuola da mettere nel Pof o negli allegati, e poi ciascun docente deve ripeterlo in un apposito documento, l’ennesimo documento da stilare la cui utilità sembra essere minore di un rotolo di carta igienica già sporco di merda. A un occhio distratto parrebbe essere una cosa fighissima, libertaria, basta-con-i-programmi-ministeriali-fuori-dal-mondo-e-dal-tempo-è-ora-di-adattare-la-scuola-ai-tempi-moderni. Sembra dare più libertà al docente, libero dalle gabbie liberticide del programma ministeriale. E invece. Invece è un dito in culo, perché l’inutile programmazione individuale preventiva è un inutile doppione sia della programmazione finale, l’unica veritiera perché fatta a posteriori, sia della programmazione di dipartimento –a sua volta inutile doppione delle indicazioni nazionali, anche se rispetto a queste ultime c’è la quota dell’autonomia, una roba fatta a suo tempo per compiacere i leghisti, come se insegnare la letteratura italiana in Val Puzzonia dovesse necessariamente integrare un’unità didattica, anzi di apprendimento, pardon, che capra che sono, dicevo come se in Val Puzzonia non fare lezione sulla glorietta locale Loredano Sputruzzulli, autore di ben quindici strambotti in un ibrido tra dialetto valpuzzonese e italiano fosse un’insopportabile discriminazione verso l’identità locale. Inoltre, la programmazione è anche un’arma a doppio taglio perché ti vincola non a contenuti che già sai esserci, ma te li devi casomai inventare, e devi prevedere pure quando li tratterai, e magari inserirci qualcosa (la quota autonomistica, che mi viene da ridere quando penso a materie come matematica, latino e greco, e mi viene da piangere quando penso alla storia perché non riesco a levarmi dalla mente il pensiero di qualche storico locale che fa pressioni sui docenti per far trattare dell’importantissima e avvincentissima storia della pisciata che fece Carlo III di Durazzo su un muro di una fattoria mentre passava per andarsi a prendere il trono e deporre Giovanna I, e su quel muro c’è una lapide, HIC MINXIT KAROLUS A.D. MCCCLXXXI, rimossa dall’usurpatore Luigi e ricollocata al suo posto dal legittimo erede dell’illegittimo Carlo, Ladislao di Durazzo: guagliù, qui ci è passata la Storia!). Oltre quindi a legarti mani e piedi da solo a un programma che con la scusa della libertà e dell’innovazione ti lascia solo con te stesso, oltre a farti, di contro, ripetere quello che è già contenuto in un paio di documenti preesistenti –e alcuni libri scolastici infatti ti danno una programmazione già bell’e fatta, in formato .doc quindi modificabile, ma in pratica sono pochi, giustamente pochi, quelli che la modificano, per non perdere ulteriore tempo appresso a carte inutili–, pretende che tu abbia già chiaro che cosa farai nel corso dei mesi, dettagliatamente (a ottobre tratto questo, questo e quest’altro argomento, a novembre questo e quest’altro, scansione che a volte si trova pure nelle programmazioni di dipartimento), con alunni che magari non hai mai visto e che non sai se seguono, se studiano, se si distraggono. Le scuole più hardcore vogliono pure che tu prepari le unità di apprendimento, un paio di paginette per ciascun argomento –quindi alla fine in pratica fai un libro per ciascuna classe– con obiettivi, tempi, contenuto, modalità di verifica e tutta questa bella fuffetta da burocrazia sovietica, in base alla quale puoi essere controllato, redarguito, e magari pretendono pure che tu ti discolpi con appositi documenti se non è colpa tua per non essere riuscito a fare, che so, Cesare in 5 ore ma in 7 –sacrificando magari Sallustio– perché i ragazzi non capiscono espressioni difficili tipo «Cesare nacque a Roma nel 100 a.C.» e lo devi ripetere quelle 3-4 volte perché sennò dicono che corri troppo col programma e non aspetti gli studenti in difficoltà, non ti sei adeguato entusiasticamente alla scuola dell’inclusione e non ti preoccupi di garantire il successo formativo a tutti, anche a coloro che trovano difficile studiare la quinta declinazione perché, beh, un conto è rosa-rosae, un conto è dies-diei, oh uno si imbroglia, si confonde!

La programmazione, quindi, lungi dall’essere la liberazione dalle catene del fascistissimo programma ministeriale, si traduce in un aggravio di lavoro per scuole e docenti, in un’occasione di scazzo tra i loredanosputruzzullisti e gli antiloredanosputruzzullisti –non è che prima non si avesse la libertà di introdurre argomenti al di fuori dalla stretta aderenza al programma, al mio liceo si studiava approfonditamente Isabella di Morra ben prima dell’avvento del Berlinguer sbagliato–, in un cappio al collo che ti lascia penzolare come prima e più di prima, solo che prima almeno non pretendevano che tu per impiccarti dovessi prima fabbricarti da solo la corda. E nella solitudine del docente, che al di là delle genericissime linee guida, indicazioni nazionali, obiettivi specifici di apprendimento da trasformare in obiettivi formativi (ah ah ah), è lui che deve inventarsi il programma, deve trovare le competenze da sviluppare in un programma di greco di quarto ginnasio, sennò senza competenze mica si va avanti, è lui che all’atto pratico –visto che il nuovo Verbo è la praticità– si trova in classi pollaio a tirare la carretta e a ricevere calci in faccia se la classe è composta di gente che non vuole studiare.

Qui la prima e la seconda parte.

Le parole sono importanti – 2

16/03/2017

Ancora, ciò che ci dà il polso della situazione nella scuola è l’uso del didattichese, quell’anti-lingua o neolingua che vorrebbe essere un linguaggio settoriale come tutti gli altri, ma che è composto in percentuali tossiche da fuffa e malafede. Prendete le competenze, già ne ho scritto e anche Salvatore Settis ha detto parole definitive. La spendibilità nel mondo del lavoro. Anche qui, ne ho parlato già nello scorso post e ne ha parlato anche Amleto De Silva in un post che già ho linkato e che voglio linkare ancora. Questo linguaggio assurdo, e i suoi contenuti che sono ancor peggio, ahinoi hanno fatto breccia nei cuori di alcuni colleghi, che ripetono le parole d’ordine come un mantra: competenze, didattica personalizzata, didattica individualizzata, sanno alla perfezione quale sia la differenza tra unità didattica e unità di apprendimento, programmano compiti di realtà e compiti autentici, disprezzano il modello trasmissivo, discettano con cognizione di causa di mastery learning, scaffolding, cooperative learning come antidoti alla noiosissima lezione frontale, e sono molto ben formati (e non a caso si parla di “formazione”, come se dovessero fare i muratori o gli estetisti) su tutte le metodologie didattiche all’avanguardia, sono convinti che l’apprendimento è negoziazione di contenuti secondo quanto afferma il costruttivismo (che poi vorrei capire come fai a negoziare i contenuti del programma di matematica: se per il docente 2+2=4 e l’alunno ceppone non sa fare 2+2, e magari dice che fa 22, che facciamo, negoziamo un bel 13 e tutti contenti?). Un lavaggio del cervello, una cura Ludovico da far accapponare la pelle. Non metto i link, cari miei pochi lettori, perché sono cose brutte brutte brutte da leggersi: se siete docenti e avete fatto più o meno il mio percorso le sapete e volete magari dimenticarvele, se non lo siete non sarò io a farvi venire gli incubi.

Quello che mi inquieta è che sabato scorso una mia collega (insegniamo al Classico entrambi), meno giovane di me, persona che stimo e ritengo un’ottima insegnante sia per la conoscenza della materia sia per la consapevolezza della professione che svolgiamo, parlando con il preside, ha detto una frase che mi ha fatto venire i brividi: «Noi diamo delle competenze ai ragazzi, che poi saranno spendibili nel mondo del lavoro». Questa cosa mi ha fatto e mi fa stare male fisicamente: se una collega così, anche una collega così si esprime in questo modo inter nos (il mio preside non è né uno sceriffo né un fissato con questa fuffa didattichese, anzi è persona di eccezionale serietà e umanità, oltre ad essere uno che svolge alla perfezione il suo lavoro, e non lo dico per piaggeria perché non leggerà mai queste mie righe, e comunque che io lo stimi lo sa benissimo, e sa anche che io con il potere non ho mai avuto un gran bel rapporto, e che finisco facilmente sulla lavagna dei cattivi), dicevo, se una collega così si esprime così davanti a me, al preside e a un’altra collega amica nostra, è indice del fatto che le cose non vanno bene, che il lavaggio del cervello sta agendo anche sui migliori di noi, su quelli più restii a diventare dei robottini indottrinati come i colleghi di cui sopra.

E questo è tragico. Le resistenze stanno cedendo.

 

 

Continua con la terza parte, segue dalla prima parte.

Le parole sono importanti – 1

15/03/2017

In realtà non so se ci sarà una seconda parte, una terza parte, una quarta parte, una dodicesima parte, ma da buon kierkegaardiano ritengo che ogni scelta sia una tragedia, un dramma, quindi quante più porte aperte mi lascio meglio è.

Da quando si parla di “formazione” la scuola è cambiata, diventando sempre meno attenta ai contenuti e sempre più attenta a creare connessioni con il mondo del lavoro, qualunque cosa significhi. Oltretutto si parla di “offerta” formativa, di “credito” e “debito”, termini non a caso appartenenti alla lingua dell’economia. La scuola offre, cioè vende un prodotto (la legge della domanda e dell’offerta), e gli alunni possono essere in debito o in credito con essa; per il debito c’è un apposito piano di rientro, gli IDEI (chiamarli corsi di recupero faceva brutto), Interventi Didattici Educativi Integrativi -sulla cui (in)utilità mi taccio. Se non rientri del debito c’è la non ammissione, che a questo punto che aspettano a chiamarla default?

Il credito invece sono i punti-maturità. Che cosa c’entri un punteggio che concorre a fare il voto finale dell’esame di Stato con la metafora cretinissima del credito solo l’idiozia dei nostri legiferatori ed esecutori lo sa. A questo punto anche i punteggi dei concorsi derivanti da titoli li possiamo chiamare crediti, no? E poi se c’è un credito c’è anche un debito, e viceversa. La scuola ti pignora lo zainetto se prendi 2? Puoi appropriarti di un pacco di fogli se sei in credito?

E vogliamo parlare del “successo formativo” che ha di fatto sostituito il vecchio e caro “diritto allo studio”? Dal modello trasmissivo al modello Mediaset: tutti hanno diritto al successo, quello che conta è il successo. Se vai male sei uno sfigato, sarebbe il sottotesto: ERRORE. Ripetete con me: “tutti hanno diritto al successo formativo”, e se necessario guardatevi l’articolo 1 del DPR 275/99, la Riforma Berlinguer insomma. Ripetete ancora una volta “successo formativo”. Suona bene, ve? Eppure contiene il virus della formazione al posto dell’istruzione che già abbiamo individuato, e anche il sottile suggerimento che bocciare è una cosa orrenda, e che se bocci sei tu che non sai insegnare. Non vorrai mica privare i ragazzi del successo? Non vorrai mica dire che non sono persone di successo? Il loro insuccesso, par di capire, non è dovuto al fatto che non studiano, che non si impegnano, che il pomeriggio preferiscono passarlo a guardare stronzate al computer, a conversare con diecimila persone che non conoscono sul fesbuc o sul tuider, a whatsappare compulsivamente, a impennare coi motorini o a togliersi i nippoli dall’ombelico. Non è dovuto al fatto che hanno magari sbagliato indirizzo scolastico, che credevano che il latino e il greco fossero facili e invece bisogna studiarli per ore, chi l’avrebbe mai detto mannaggia mannaggia. No, è dovuto al fatto che tu non li hai capiti, non li hai motivati, non li hai fatti sentire persone di successo. La sufficienza ormai è quasi (e per gli ordini inferiori di scuole leviamo pure il “quasi”) un diritto acquisito. Non importa che i ragazzi studino, non importa che se ne escano con un’istruzione, non importa che capiscano quello che c’è da capire nelle discipline scolastiche. No. Importa che siano “formati”, e che abbiano “successo”. La scuola insomma degradata a un maxicorso di formazione, e che quindi ne mutuerà tutti i limiti di una specializzazione estrema che paradossalmente spesso è coniugata con una certa superficialità, ma il paradosso è solo apparente: ti insegnano solo quello che ti serve, non il perché una certa cosa va fatta in un certo modo, e ciò ha un senso, in quanto se devi fare la manovra di Heimlich a poco ti serve una preparazione completa sulla fisiologia dell’apparato respiratorio, ma appunto, un corso di formazione sul primo soccorso non è una laurea in medicina. La scuola degradata alle accademie televisive in cui impari a cantare, ballare, muoverti sui mignolini, eseguire l’inno nazionale del Kurlundu con il buco del culo: quello che conta è che tu abbia successo, non che tu sappia. Per questo l’alternanza scuola-lavoro introdotta dalla Moratti e resa obbligatoria dalla Giannini non è il male assoluto, bensì è il coronamento di un piano preciso, è l’evidenza evidentissimamente evidente del modello di scuola che da 20 anni a questa parte sta avendo il sopravvento.

Per questo le parole sono importanti.

Father and son

15/09/2016

E così un genitore si sente in diritto, anzi in dovere, di non far svolgere al figlio i compiti delle vacanze. Sotto il velame della sua lettera dai toni molto civili, però, si nascondono vari insegnamenti da brivido:

  • le consegne si possono anche non rispettare, ci pensa paparino a sistemare tutto, e ci va pure di culo perché gli insegnanti -a quanto dice- non hanno niente da obiettare
  • inferenza necessaria: chi rispetta le consegne, di conseguenza, è un fesso. Io in questi tre mesi devo “insegnare a vivere” a mio figlio, voi genitori che invece insistete con i compiti delle vacanze, quindi, non “insegnate a vivere” ai vostri; mio figlio, inoltre, non fa i compiti e la passa liscia, quindi anche i vostri potranno arguire che invece di stare chini sui libri e sui quaderni possono grattarsi fare altre attività e giocarsi il jolly dell’“imparare a vivere”
  • contrapporre i nove mesi in cui gli insegnanti forniscono “cultura e nozioni” ai tre mesi estivi in cui il genitore “insegna a vivere” al figlio è quanto di più vicino al modello-università della vita si possa pensare, con tutte le conseguenze del caso.

Complimentoni al genitore, che si troverà forse un figlio incivile (sì, i tuoi discorsetti responsabilizzanti magari adesso li ascolta, ma forse già fra un anno se li farà passare bellamente per il cazzo) o forse no, e sicuramente tanti emuli in aggiunta a quelli già esistenti, cui non sembrerà vero di poter avere la scusa pronta per vantarsi dell’ignoranza dei propri pargoli.

Del parlare a spiovere

01/09/2016

Rientrano nel mio concetto di inciviltà anche coloro che parlano a spiovere, senza sapere ciò di cui parlano.

No, non sto parlando degli sciachimicari, degli antivaccinisti, di quelli del chip sottopelle o della Kyenge che vuole sostituirci con i negri: per quelli bastano gli sbufalatori come David Puente o lo staff di Bufale.net o di BUTAC (che quando non si lascia andare a inopportune considerazioni politiche, ivi comprese le imbarazzanti difese di certe esternazioni di certi ministri, o a sparate contro “il corpo docente italiano” svolge un servizio meritorio). E infatti sono generalmente sputtanati, e chi continua a fidarsi o è in malafede o è semplicemente pigro: informarsi correttamente non è poi così difficile, basta del senso critico e un minimo di sale in zucca, sapere dove andare a cercare le informazioni.

Invece, molto più pericolosi sono quegli opinionisti, giornalisti, insomma gente studiata e che ha un nome, i quali scrivono cose inesatte, senza informarsi perché o sono convinti di saperla lunga, o perché semplicemente hanno una tesi da portare avanti e sai com’è, i fatti potrebbero essere di intralcio alle loro convinzioni. Il problema serio è che generalmente a questi non si ribatte, oppure il dibattito che ne segue sembra sempre quei dibattiti in cui vabbè sono opinioni a confronto e invece no, non è così, perché le loro affermazioni, molto tendenziose, si fondano sulla scarsa conoscenza del problema, o sullo scarso approfondimento, e in ogni caso, a differenza dei cepponi illetterati che credono realmente che la Boldrini vuole tassare la carne di maiale, hanno tutti gli strumenti per evitare di scrivere inesattezze, e vengono considerati seri professionisti che mai mai mai scriverebbero cose men che vere. Al massimo, come detto, le loro sono opinioni, su cui si può non concordare, ma usano argomenti razionali, sono convincenti, dicono le cose come stanno, senza romanticismi, senza indulgenze, impietosamente ma con senso della realtà. E poi i loro discorsi sono fondati su dati, vorrete mica confutare i dati? E invece…
Faccio giusto giusto quattro nomi:

  • Fabrizio Rondolino, editorialista dell’Unità.
  • Piercamillo Falasca, sarnese, direttore editoriale di Strade, già nello staff di Benedetto Della Vedova (non so se lo sia ancora), già in Scelta Civica (anche qua non so se sia ancora in Scelta Civica), compare ogni tanto in tv come ad esempio durante l’ultima campagna referendaria, quando era il frontman degli Ottimisti e Razionali, orientati per l’astensione.
  • Massimo Famularo, anche lui sarnese, blogger sul Fatto Quotidiano, redattore di Noisefromamerika, si occupa di gestione investimenti in una posizione alquanto elevata, stando al suo CV. Lo conosco personalmente, e ho la ferma intenzione di togliergli il saluto quando mi capiterà, e mi capiterà, di incontrarlo. Per il momento mi sono liberato del libro che 15 anni fa regalò a mia madre, che ritengo che si trovi più a suo agio nella sede del PD, sotto la cui porta l’ho lasciato una decina di giorni fa.
  • Oscar Giannino, anche lui volto televisivo più per il suo modo eccentrico di vestire che per le sue dimenticabili opinioni, già candidato premier (lo so, lo so che non si vota per il premier, ma è innegabile che dal 1994 il capo coalizione è colui che verrà proposto dalla coalizione vincente come presidente del Consiglio al presidente della Repubblica durante il giro di consultazioni) per Fermare il declino quando si scoprì che dei titoli di studio che vantava non ne aveva conseguito nemmeno uno.

Questi quattro signori si permettono di scrivere sulla scuola. Agevolo link:

Confesso che mi rompo il cazzo di ribattere tanto alle gianninate sugli asini dei concorsi (faccio solo notare che nelle classi di concorso di latino e greco non si traduce, e mi rimetto alle parole tanto di Claudio Giunta quanto di Mariangela Vaglio), quanto alle falascate e famularate sui posti mancanti. Per quanto riguarda Rondolino, ho aderito alla querela collettiva dei partigiani della scuola pubblica contro di lui.

Mi permetto di segnalare alcune persone che, invece, la scuola la vivono o che quantomeno attivano il cervello: Monica Capo, Mariangela Vaglio e soprattutto Sandra Zingaretti, la “sindacalista pazza” tanto invisa a Rondolino. E altri che senz’altro sto dimenticando.

Sono un incompetente

12/08/2016

Allora, il 3 agosto ho superato con il minimo la prova orale del concorso per la classe di italiano, storia e geografia sia per le medie che per le superiori. Invece il 6 non ho superato la prova di latino, in quanto sono un incompetente sulle competenze. Ma la cosa divertente è che ne vado fiero.

Le competenze (da pronunciarsi competénze, con la e chiusa perché fa più serio), secondo il DM 139/07, “indicano la comprovata capacità di usare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche, in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e/o personale; le competenze sono descritte in termine di responsabilità e autonomia”. E lasciamo stare quell’“in termine” anziché “in termini”. E lasciamo perdere anche quel “capacità di usare (…) capacità”. Il fatto è che, come ci chiede l’Europa, a scuola dobbiamo promuovere le competénze, a partire dalle competénze chiave elencate dal parlamento europeo nel 2006, trasformate da Fioroni nel 2007 in competénze di cittadinanza e specifiche degli assi culturali (4 grandi aree disciplinari). Interessante, nel testo europeo, è il fatto che nelle competénze (definite “per l’apprendimento permanente”!) c’è lo spirito di iniziativa e l’imprenditorialità.

Orbene, io quando sento la parola imprenditorialità, come riflesso condizionato mi metto a cantare Voglia di biscione, ma questo è un fatto mio. Quello che spaventa è l’idea che l’Europa unita e l’Italia in prima fila hanno della scuola. Quello che voglio dire, in soldoni, è che le riforme Gelmini e Giannini (ho ribrezzo a chiamarla “buona scuola”) altro non fanno che completare un disegno in cui nella scuola i contenuti sono oramai un optional, quello che conta sono solo le competénze, le stramaledette competénze. Insegni Dante? Devi preoccuparti alle competénze che attivi. Insegni le disequazioni? Devi sapere, in un’ottica di alternanza scuola-lavoro (non a caso abbreviata in ASL) quali sono le competénze attivate, nei casi più hardcore devi integrarle in un modulo di alternanza scuola-lavoro (oh sì! dai! integrami tutto! modulizzami le competénze!). Sia mai che uno insegni una cosa senza ricadute pratiche, sia mai che uno voglia promuovere la curiositas cognoscendi. In pratica, arriveremo a un punto in cui davvero i contenuti disciplinari saranno un dettaglio ininfluente, in cui non ci sarà più differenza tra la scuola e quella stronzissima metafora dell’università della vita, che è l’argomento-clou dei cepponi che, siccome a scuola prendevano 2 appena aprivano bocca o posavano la penna sul foglio perché non era proprio arte loro applicarsi, dopo anni che hanno sognato di levarsi i paccheri da faccia ora danno sfogo al loro revanscismo da miserabili sostenendo che la scuola non serve a niente, quello che conta sono le esperienze di vita, la scuola è roba per figli di papà che non hanno bisogno di guadagnarsi da vivere e perdono tempo sui libri (lo dicano al proprio medico quando ne affollano lo studio perché gli fa male un pelo superfluo). E che noi insegnanti siamo privilegiati, fannulloni eccetera. Ora, in pratica, tanto l’Europa unita quanto la sua emula stracciacula, cioè l’Italia, danno ragione a questa gentarella perché quello che importa sono le competénze, perché la conoscenza delle cose non va bene da sola, e fin qua sarei pure d’accordo, se tutto questo non si traducesse in un ruolo totalmente ancillare dei contenuti disciplinari, che come ho già detto poc’anzi stanno diventando sempre di più un optional.

Come lo è stato per me alla prova orale di latino del concorso a cattedra (ho invece superato quella di italiano). Dopo aver illustrato una lezione su Ovidio, Amores I, 9, le domande che mi sono state fatte sono:

  • come integrerebbe questa lezione in un modulo di alternanza scuola-lavoro
  • quali competénze relative alle prove invalsi della maturità, che forse e sottolineo forse saranno introdotte alla fine dell’anno scolastico che sta per iniziare.
  • differenza tra unità didattica e unità di apprendimento

Ora, le risposte alle prime due domande sono irrintracciabili nel libro delle avvertenze generali che ho comprato, ma questo forse è un problema solo mio, possono tranquillamente rispondermi che dovevo leggermi le normative ecc. ecc.; alla terza ho risposto con le quattro chiacchiere che stavano scritte sul libro ma anche qui vale la stessa obiezione. Anche se, all’atto pratico, conoscerne nei dettagli le differenze è un esercizio, mo ci vuole, sterile sterilissimo. Nel senso: se dobbiamo approntare delle unità di apprendimento, a che ci serve sapere in che cosa si differenziano dalle obsolete unità didattiche?

Insomma, vedo una schizofrenia di fondo in tutta la governance del sistema scolastico. Da un lato dobbiamo promuovere le competenze, dall’altro da noi si cercano conoscenze pure approfonditissime e tanto specifiche da essere quasi monotematiche; da un lato tutto deve essere finalizzato alla costruzione di competénze, dall’altro non va bene che uno abbia nel suo bagaglio il problem solving, quello stesso problem solving che dobbiamo promuovere. Vale a dire: a me sinceramente non me ne fotte un emerito cazzo dell’integrazione di un’elegia di Ovidio in un modulo di alternanza scuola-lavoro. Non me ne fotte fin quando non viene un preside, una vicepreside, una funzione strumentale, insomma qualcuno che abbia il potere di farmi porre il problema, e a quel punto storto o morto mi dovrò porre il problema, per il momento le curvature disciplinari dell’insegnamento del latino non è nemmeno l’ultimo dei miei pensieri: non è proprio un pensiero. Dice: eh ma uno le cose le deve sapere. Certo, ma esiste anche l’espressione latina cum grano salis, cioè le cose vanno prese con un pizzico di sale in zucca. Vale a dire: non mi si può dire che non posso insegnare latino per questi motivi che non c’entrano niente con la disciplina. Il paradosso quindi, è che per insegnare latino devi sapere queste cose qua, secondo la commissione, e non solo secondo loro, tant’è vero che questo è il primo concorso in cui per insegnare latino e greco non devi dimostrare di sapere la lingua. Sissignori: allo scritto la prova non era di traduzione. Evidentemente quando uno corregge una versione deve tener da conto le curvature, gli OCSE PISA, le psicostronzate pure ed applicate e tutte le supercazzole che tanto piacciono alle genti che frequentano il MIUR.

Il modello che sta diventando dominante, quindi, è quello della didattica senza contenuti, anche se poi in sede concorsuale, dove, ripeto, non devi dimostrare di saper tradurre (e no, non vale l’obiezione secondo cui già abbiamo tradotto alle prove dei corsi abilitanti, prima di tutto perché i PAS non hanno sostenuto una selezione preliminare, poi perché se tanto mi dà tanto, allora date il ruolo anche a noi stracciaculi con l’abilitazione dimidiata e amen), in sede concorsuale, dicevo, ti chiedono cose che presumono studi specifici, nemmeno di livello universitario, e qui ho due esempi personali freschi freschi.

  1. Mi è stato chiesto come ultima domanda, quando ormai il mio destino era segnato, quale fosse l’etimo di elegia secondo gli ultimi contributi. Avevo letto su un libro abbastanza recente che gli ultimi contributi sembravano orientati verso un’origine non indoeuropea della parola: no, non va bene, si vede che lei non è informato
  2. Una delle domande della prova scritta di greco recitava così: [primo stasimo dell’Antigone di Sofocle, ovviamente in greco], il candidato organizzi un percorso multidisciplinare sull’Antigone, indicando anche quali passi far leggere, in traduzione o in lingua originale. Ora, due precisazioni:
    1. i canti corali delle tragedie sono scritti in dialetto dorico, che non è il greco che si insegna a scuola, e sono pieni di parole obsolete o poco comuni, insomma senza un vocabolario è difficile capire appieno il passo proposto;
    2. se non conosci a memoria l’Antigone non puoi rispondere, evidentemente, e sticazzi se altri concorrenti l’hanno fatto. Io non conosco a memoria l’Antigone, non so aprioristicamente scegliere quali passi far leggere senza il testo davanti. Questo inoltre significa che secondo il MIUR uno dovrebbe conoscere a memoria tutte e 41 le tragedie dei tre tragediografi maggiori, visto che come è uscita l’Antigone avrebbe potuto uscire l’Agamennone di Eschilo o l’Elena di Euripide, il criterio quello è. E infatti ho risposto che questa domanda non era pertinente per verificare se uno sapesse insegnare o meno, per i motivi sopraesposti, che è paradossale che ci si chieda di promuovere le competenze e poi ci si chieda la conoscenza a menadito di una tragedia, e infine che questo tipo di domande è peggio dei test a crocette, dove la soluzione è una e una sola. Ovviamente non ho superato lo scritto di greco, ma non mi aspettavo certo di superarlo. Ho voluto cadere con le armi in pugno, diciamo.

Per concludere, quindi, a preoccuparmi non è tanto la mia bocciatura a latino, perché tanto ho superato la prova per italiano, storia e geografia alle medie e alle superiori; non è la mia classe di concorso preferita (proprio no), però chiederò, dopo l’anno di prova, continuamente il passaggio di cattedra fin quando non lo otterrò. A preoccuparmi invece è il modello di scuola che hanno in mente. Un modello di scuola che è davvero spaventoso, un modello di scuola che è la morte della scuola sotto una valanga di carte e di ideologia utilitaristica. La chiamata diretta dei presidi si limita a completare il quadro, già fosco di suo.

Purtroppo mia madre non potrà mai sapere com’è andata a finire perché è morta il 7 luglio. Il 14 ho ricevuto la convocazione per gli orali.

Del perché anche la scuola pubblica diventa un diplomificio

11/08/2016
  1. Alcuni docenti se ne fottono, e dagli torto per come è diventata l’istruzione in Italia, visto che
  2. I presidi dicono di non bocciare per questione di prestigio della scuola (risultati migliori) e perché
  3. Se bocci vai male alla valutazione della scuola (esempio ne sia l’invalsi del cazzo) e soprattutto perché
  4. Se poi i genitori tolgono i ragazzi dalla scuola per mandarli a un’altra “più facile” o a una privata, grazie alla spending review (traduzione: ogni spesa pubblica è un inutile spreco, soprattutto istruzione e sanità), si accorpano le classi esigue e quindi si perdono cattedre. E nei casi peggiori si accorpano le scuole o vengono proprio soppresse.