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Intellettuali, avete rotto i coglioni

26/02/2013

Il titolo è volutamente “incivile”, ma non per il motivo che si potrebbe credere, cioè per il turpiloquio, ma per l’uso scorretto della parola “intellettuali”. Mi scuso, quindi, per aver indebitamente generalizzato ma un titolo è un titolo, e le spiegazioni le faccio qua nel post.

Non è, ovviamente, con gli intellettuali in quanto tali che ce l’ho su, ma, come dicevo nel precedente post, con quegli intellettuali che affliggono il mondo della cultura a botte di libroni seri ed importanti che trattano temi seri ed importanti in modo serio ed importante, cioè creando una discriminazione fra i lettori, discriminazione inaccettabile se uno ha un minimo di idee chiare sul concetto di cultura. Discriminazione, sì. Non, ovviamente, la scrematura ovvia che si crea quando si pubblica un libro o un articolo, che teoricamente è rivolto a tutti ma praticamente lo leggono solo gli interessati, e una fetta di curiosi. E nemmeno gli articoli scientifici nel senso di argomento-scienze (medicina, ingegneria) dove ogni termine ha un significato preciso e non è che puoi sostituirlo con un altro più terra-terra. E d’altra parte, se il tuo fine non è la divulgazione, il tuo testo per forza di cose deve essere ricco di terminologia strettamente tecnica e di frasi formulari. E magari se uno ne sa, lo capisce pure.

Ma nel ricco territorio delle discipline umanistiche, dall’economia alla letteratura all’arte soprattutto, è una zavorra da cui non ci si riesce a liberare lo scrivere in modo tale da essere compresi solo da se stessi, dalla propria cerchia di intellettuali che se la cantano e se la suonano fra di loro, e magari dall’oggetto dell’eventuale marchettone, la cui opera viene rivestita a posteriori di contenuti che me cojoni, profondità che spesso non c’è, ma bisogna pur conferire una patente di nobiltà anche alla merda, ed ecco che ci si mette un fiocchetto e la si spaccia per cioccolata, e si rimbambisce il lettore con tante parolone e tante frasi che non significano magari nulla ma hanno l’aspetto serioso perché difficile e quindi inculcano al lettore il sospetto di non essere all’altezza di capire, ma che deve essere roba buona perché hai visto che concetti difficili, che linguaggio esoterico, che pregnanza di significato. In una parola (anzi due): terrorismo psicologico. Questo è quello che questa dannata genìa di esaltati fa. Ed è una discriminazione. Perché tu tagli fuori una grossa fetta di lettori potenziali, la tua cultura la rendi elitaria nel senso deteriore del termine. E pure fra le persone di cultura quale io, senza finta modestia, mi ritengo, crei problemi. Non ti fai capire. Io mi rifiuto di dover impiegare giornate sane su una pagina, e non per mancanza mia di concentrazione. Mi rifiuto di fare uno sforzo di comprensione eccessivo. Mi rifiuto di non capire la lettera di quanto leggo. Mi rifiuto. E vi rifiuto, pseudointellettuali. La vostra è, ribadisco, inciviltà. Non concorrete al progresso interiore, ma fate danni. Smettetela di imbrattare fogli, smettetela di far tagliare alberi per soddisfare il vostro ego ipertrofico, compratevi un Rolex ed esibitelo nei congressi che fate per parlarvi addosso, o nelle cene di lavoro (sempre che abbiate il tempo di esibirlo, impegnati a spartirvi poltrone, a fare promesse e a pietire aiuti), o nei caffè letterari perché voi siete gente all’avanguardia. E imparate la lezione della maestra delle elementari. Che se le portaste a leggere il prodotto delle vostre celluline grigie, ve lo strapperebbe davanti agli occhi e vi direbbe «Riscrivilo».

Inciviltà nello scrivere

28/01/2013

Nei miei quasi trentadue anni di vita e qualcuno meno da lettore, e quindici da lettore di roba seria, ovviamente mi è capitato di leggere libri belli e meno belli, e non potevo né posso pretendere altrimenti. Ognuno ha i suoi gusti, ognuno ha il suo libro (Ar., Ran. 1114) e non siamo tutti uguali. Ma con il tempo ho sviluppato una repulsione quasi fisica per i libri scritti male, e per libri scritti male intendo l’opposto di Cafonal natalizio, in tutte le sue declinazioni: sintassi scoordinata, italiano approssimativo (che non è l’“italiano dell’uso medio” che a volte uso anche io, financo nei miei scritti seri), sgrammaticature e pressappochismo, e, all’opposto, l’insopportabile stile esoterico, ermetico, che da taluni si vuole che sia sinonimo di scrivere bene o scrivere di argomenti seri. Come se scrivere di argomenti seri fosse sinonimo di “me la canto e me la suono”.

È proprio di questo che mi va di parlare: di coloro che scrivono difficile, e per i miei parametri finiscono anche loro dritti dritti nel girone degli incivili. Perché anche questo è inciviltà: pretendere che siano sempre gli altri ad adeguarsi a te, e mai tu agli altri, pretendere che una persona anche di buona cultura, quale io mi ritengo debba usare il traduttore mentale per capire quello che scrivi, buttando intere mezz’ore su una pagina in cerca di un senso, di un filo nel labirinto dei paroloni e delle contorsioni sintattiche. Chi scrive così sono assolutamente convinto che abbia in sé un fondo di disprezzo verso gli altri, non c’è nessun’altra spiegazione razionale possibile. Ci sono vari modi di rendere un concetto anche complesso, e le sfumature fra baby talk e astruserie intellettualistiche sono varie. Una di queste si chiama “chiarezza” ed è la strada, ma forse, boh, si teme che se non si fanno periodi lunghi che manco Proust, e non ci si mette un fantastilione di termini astratti (neologismi meglio ancora) si fa la figura degli ignoranti. Invece la realtà è proprio l’opposto: scrivere chiaro non è per niente facile, anche se una volta che ci si abitua diventa naturale; scrivere chiaro non è facile perché presuppone una certa capacità di porgere argomenti anche difficili e complessi in modo piano, per farsi capire. Per questo chi scrive apposta in modo difficile, è anche pigro. Oltre che incivile. Non mira a diffondere il suo sapido sapere, anzi tende a celarlo, a escludere, nella spesso (sempre) errata convinzione che, come diceva Sordi nei panni del marchese Onofrio del Grillo, io so’ io e voi nun siete un cazzo.

Questo non è nemmeno un blog personale…

30/12/2012

…ma ho ricevuto due Sunshine Awards, da parte di Benguitar e di Avstron (che non ho minacciato, sia ben chiaro).

Siccome è la fine dell’anno e ci si sente un po’ così, disorientati non solo per lo scoppio delle bombe dei botti, ma anche perché se ne va un anno brutto e ne arriva un altro che chissà come sarà (direbbe Leopardi, sempre la stessa chiavica), dicevo siccome è la fine dell’anno, chiudo questo secondo anno solare del blog con i miei Sunshine Awards, le cui regole (le prendo da Benguitar) sono:

1) Includere il logo premio in un post o nel tuo blog

2) Rispondere a 10 domande su te stesso/a

3) Nominare 10-12 altri blogger favolosi

4) Far sapere ai tuoi candidati che li hai nominati

5) Citare la persona che ti ha nominato

Le dieci domande.

  1. Qual è il tuo colore preferito? Azzurro, giallo, boh.
  2. Qual è il tuo animale preferito? Gatto
  3. Qual è il tuo numero preferito? Boh.
  4. Qual è il tuo drink preferito non alcolico? Caffè, ne sono dipendente.
  5. Preferisci FB o Twitter? Twitbook.
  6. Quali sono la tue passioni? Leggere scrivere far di conto. O anche dire fare baciare lettera testamento.
  7. Preferisci ricevere o fare regali? Fare, ma che ne valga la pena.
  8. Qual è il tuo modello preferito? Domanda mal posta.
  9. Qual è il tuo giorno preferito della settimana? Ma che ne so.
  10. Qual è il tuo fiore preferito? Pesco, ciliegio, albicocco (non so distinguerli, comunque prunacee).

I blogger.

  1. Avstron, per ovvi motivi.
  2. Claire, perché è bravissimissima.
  3. Angela, perché fa un servizio utile e perché le voglio tanto bene.
  4. Gilioli, perché va letto assolutamente, una voce lucidissima sulla realtà politica e non.
  5. Il grandioso Perboni, il prof carogna, ma uno sguardo più dolce sugli alunni ce lo dà La Profe (due in uno, tiè!).
  6. Veronica, perché sotto l’aria da vamp sfigata batte un cuore.
  7. Ben, perché crede in me e perché scrive cose interessanti.
  8. Quel gran fijo del Caranti, che spiega wikipedia all’inclita e al colto.
  9. La Piziuccettina (in maternità).
  10. Come far ridere sulle pubblicità senza inserirci turpiloquio: JonLooker!
  11. Il padre di Andrea Scanzi. Leggetelo, ne vale la pena.
  12. Pontilex, perché sì.

Una menzione speciale però la do a Ester, che anche se non ha un blog è bravissimissima e dovete comprare il suo libro, mi raccomando.

Non notificherò però questi awards tranne forse a qualcuno, boh, comunque ringrazio per la cortese attenzione e buon anno.

Buone feste

24/12/2012

Come da titolo. Anche se non c’è molto da sperare.

La nota di una ragazza sul bullismo

24/11/2012

Orbene, ora è il periodo dell’anno (c’è sempre un periodo dell’anno in cui un argomento di cronaca va per la maggiore) in cui “stare sul pezzo” significa parlare di bullismo. Parlare e basta, beninteso, per la stragrande maggioranza dei nostri spacciatori di parole (mass-media, politici, non meglio definiti “opinionisti” ecc.).
E poi c’è una mia amica. Che sa di cosa parla. Perché è stata vittima del bullismo. Lei non è una spacciatrice di parole, lei dice e scrive cose intelligenti. Voglio essere, per quel che vale, il suo megafono.
Lascio la parola a lei. Mi ha chiesto di non fare il suo nome, e io rispetterò la sua volontà.

È sempre una sconfitta quando una persona decide di suicidarsi, e ancora di più quando questa persona ha quindici anni ed è ancora in piena formazione. La storia di Davide, il ragazzo suicidatosi all’età di quindici anni a causa delle angherie riservategli dai compagni (pare) per la sua omosessualità ha aperto una ferita antichissima in me.
Ho visto la gente infervorarsi, strillare “assassini” a gran voce, invocare il governo, le leggi, pretendere finanziamenti ai movimenti gay. Nessuno che si sia chiesto cosa abbia provato per arrivare a una disperazione così grande, e soprattutto se un giorno, magari, non vedremo più nessuno suicidarsi perché gli stan rendendo la vita un inferno.
Mi è venuto da scuotere la testa vedendo tutto questo inutile sfoggio di indignazione e inviti a vergognarsi da parte di persone che poi non si fanno minimamente scrupolo di insultare qualsiasi cosa che si muova. Mi è venuto da scuotere la testa perché questa cultura dell’indignarsi, urlare, chiamare assassini e persino far procedere alla canonizzazione laica del “piccolo angelo insegna agli angeli a …. (riempire lo spazio)” è buona solo per sentirsi migliori, ma non produce niente di concreto.
I peggiori anni della mia vita sono stati quelli delle medie. Ero già allora una persona curiosa, estroversa, con molta voglia di partecipare alla vita della classe. Non avevo mai avuto problemi di socializzazione o studio e chi mi conosceva dalle elementari sapeva quanto fossi una ragazzina allegra e “solare” (ugh, che brutta parola). Peccato che nei tre anni che passai in quell’istituto i miei compagni di scuola (e anche molte insegnanti) fecero di tutto per rendermi flebile, paurosa, insicura, in una parola sola: OPACA. E’come se voi prendeste una perla e la copriste di liquami, fango, polvere. Se anche quella perla poteva spiccare, un tempo, ora non lo vede più nessuno, nascosta come è sotto il luridume. Finisce per assomigliare a un sassolino qualunque.
Il motivo?
Non lo so nemmeno io.
Penso che a molti dessero fastidio i miei voti alti e il mio carattere. Cominciarono alcune ragazze ad escludermi da qualsiasi cosa succedesse: feste, uscite, compiti insieme, posti a mensa. Passavo io e sentivo risolini soffocati e commenti a mezza bocca. quando provavo a replicare quel che sentivo erano “ma che vuoi” o “pensi che stiamo a parlare sempre di te?”. Sempre diligentissime e leccaculissime, molto diverse da me che non ho mai vissuto per compiacere nessuno. Poi iniziarono anche i maschi della classe, e loro ci misero il carico da novanta. Cominciarono a fioccarmi addosso insulti sul mio aspetto fisico: brutto cesso, mi fai vomitare, a casa tua hai gli specchi rotti, fino alla epica “i tuoi veri genitori sono degli zingari, e siccome eri talmente brutta e handicappata facevi schifo persino a loro e ti buttarono in un cassonetto” (quest’ultima è deliziosa, riunisce il peggior razzismo d’accatto al loro essere faccia di merda).
Il risultato? avevo quasi paura di parlare e di esistere, ogni giorno era una tortura andare in quel posto. La mia famiglia mi sosteneva, ma la cosa tragica e che io, da persona sicura e spensierata che ero, ero diventata qualcosa di indefinito, uno scarabocchio.
Non avevo per niente orgoglio né coscienza di me o tantomeno autostima e qualsiasi complimento o incoraggiamento dei miei familiari veniva interpretato come un “ogni scarrafone è bello a mamma sua”. Arrivarono persino a darmi della stupida oca (una stupida oca che intanto aveva la media dell’ottimo, ma tant’è, cominciai a credere pure di essere cretina).
Avevo solo due amiche in quella classe, persone speciali per le quali valeva la pena di alzarsi la mattina e dire: beh, dai, oggi non andrà così male. Se non c’erano loro mi sentivo letteralmente persa in quanto non ero in grado di stare in piedi da sola. Mi avevano completamente sfilato l’anima.
I professori non erano molto meglio. Ho parlato con altre ex vittime di bullismo e mi han confermato che in molti casi gli insegnanti solidarizzano con i bulletti e fomentano il fenomeno. E beh, è gravissimo. Dei preadolescenti o adolescenti han forse qualche giustificazione, ma un adulto, che per accattivarsi le simpatie dei teppistelli dai quali non si sa far rispettare si accoda al clima generale è una delle cose più squallide e basse che si possan vedere.
Ovviamente non erano tutti questo tipo di insegnanti, anzi, quelle così erano una minoranza. ma si ricordano bene.
Come la mia professoressa di italiano, una che era sempre dalla parte dei peggiori. Mi fece chiamare in disparte davanti a tutti e una volta sole, cercò di farmi tirare fuori che i miei genitori mi reprimevano e che in qualche modo era colpa loro se ero un’emarginata. Scoppiai a piangere data l’insistenza delle sue domande e il suo volermi condurre alle sue conclusioni, e lei interpretò la cosa come il fatto che avessi una famiglia disastrata. No, non ce l’avevo, ma all’epoca oltretutto mi sembrava mi impedissero di essere “figa” come tutti gli altri, che uscivano la sera e potevano comprarsi tutto quel che volevano.
Poi un giorno non so cosa successe, ma alla fine della seconda media cominciai a pensare che non volevo essere più vivere così. Nessuno mi avrebbe più dovuto rendere la vita impossibile con le sue maledicenze o emarginazione. Avrei cominciato a rispondere pan per focaccia alle signorine culo stretto e ai galletti di periferia. Le prime volte con la voce tremante, quasi ad aver paura di osar ribattere, poi acquistai una mia fierezza. Non mi piaceva essere “contro”, ma era comunque meglio di essere “sotto”. Le loro suole. Cominciai a non aver paura di vestirmi come mi piaceva, per esprimere i miei gusti personali. Cominciai a accorgermi che il mondo non era solo quella classe e feci amicizia con altre persone da altre sezioni. Le due mie amiche non sarebbero venute, e nessuna delle altre mi voleva in stanza, ma nonostante questo decisi lo stesso di andare in gita il terzo anno, sarebbe stata la mia prima esperienza all’estero. Andai in stanza con due mie amiche di un’altra sezione, lasciando con un palmo di naso le signorine gne gne che avrebbero tanto goduto ad emarginarmi.
Fece un freddo cane e dovetti ribattere a un mucchio di cattiverie, ma quel viaggio mi piacque e fu il primo di tanti altri viaggi.
Mi appassionai al mondo dei fumetti e cominciai a disegnare, poi decisi di studiare Giapponese. Mi presero per il culo tutti, ma a me piaceva. Non importava poi così tanto che mi prendessero in giro perché avevo trovato la mia dimensione, e lì dentro ci stavo bene davvero. Il momento dove ebbi coscienza di questa cosa fu la fine della terza media. Dopo l’esame, che passai a pieni voti, era stata organizzata una cena di classe. Bene, decisi senza colpo ferire che quella sera sarei andata alla cena con l’insegnante e i miei compagni del corso di kanji, perché dovevo dar buca a persone belle e piacevoli per quatto cretinetti?. Qualcuno insistette perché venissi (chissà perché poi, avevano bisogno di un punchball?) io, provai un piacere immenso a dire di NO. Beh, amici miei, come disse alexander deLarge, ero definitivamente guarita.
Il problema è che non so se sono guariti loro, ed è questo il dramma.
Ritornando al fatto di cronaca, non so se Davide avesse sul cuore altri pesi, se era davvero omosessuale, e se ne soffriva. Ma capisco cosa possa aver pensato prima di lasciare questo mondo, perché l’ho pensato anche io. Tante volte.Una persona a quell’età spesso non si conosce ancora, non è matura. Non ha la forza di stare in piedi e difendere il proprio sé. Se qualcuno gli incide sopra convinzioni sbagliate, la cicatrice rimarrà per sempre. Se Davide non aveva nessuno a cui parlare, a cui confessare i suoi problemi, magari i turbamenti per la sua omosessualità e soprattutto non aveva qualcuno a dirgli che era una persona splendida e tutta la cattiveria e lo schifo che gli erano soliti rovesciargli addosso non eran colpa sua, non mi stupisce che abbia concretizzato le parole che gli venivano rivolte. Ha semplicemente eseguito quello che ogni giorno gli è stato detto, instillato, sussurrato, suggerito. Cioè “Staremmo tutti meglio senza di te”. “Ammazzati”.
Non è una questione SOLO di omofobia. Chiunque può essere preda di bullismo. Chiunque, d’altra parte, può aggregarsi al branco senza capire bene cosa sta facendo perché “è divertente” o si vuol far accettare perché non si ha personalità. Il gran battage che si sta facendo sull’omofobia (che è comunque un problema gravissimo in quanto il nostro è un paese istituzionalmente omofobo) lascia in un angolo tutti quanti sono stati vessati per altri motivi: troppo belli, troppo brutti, troppo intelligenti, troppo stupidi, troppo magri, troppo grassi, troppo stranieri, troppo brufolosi, troppo balbuzienti, troppo poveri, troppo ricchi, e la lista continua con una serie di caratteristiche e qualità infinite.
I giornali e i tribunali intanto condannano la maestra rea di aver esposto e ridicolizzato un bullo prepotente e dall’altro lato si interessano al tema del bullismo solo quando c’è qualcuno che volgarmente “decide di togliere il disturbo” facendolo sembrare quasi un santo fatto di etere e stelle. I presidi e i professori si affrettano a pararsi il culo e a dire che no, si amavano tutti e il bullismo non esiste proprio come la mafia.
Intanto centinaia di persone come Davide sono pasto facile per i bulli, e altre persone molto più grandi di Davide sono oggetto di mobbing sul proprio posto di lavoro, senza possibilità di uscita o alternative perché “c’è la crisi”. La ruota gira e tra qualche mese si saranno tutti dimenticati di questo ragazzo di Roma, e dell’“emergenza bullismo”.
Per questo mi sono messa qui a scrivere questo memoir invece di pulir casa. Perché voglio che si parli di bullismo in maniera corretta, e soprattutto voglio togliermi un peso e dire finalmente PUBBLICAMENTE che quel che mi è stato fatto è sbagliato, che mi ha lasciato dei segni permanenti nella psiche, ma che nonostante tutto se ne può uscire.
Se stai leggendo questo papiro e sei o sei stato bullizzato, devi sapere che non ne vale la pena di aiutare i bulli nel loro lavoro. Avrai anche dei difetti, come tutti gli esseri umani, ma per nessuno vale la pena di essere martirizzato così. Ci sono tante cose belle che puoi vivere al di fuori della scuola. Mi dicevano che sarei stata serena e felice un giorno, e non gli credevo, non era possibile. Beh, invece è vero. Anche per te.
Se invece sei uno dei bulli o ex bulli, innanzitutto beh, già riconoscerlo è una gran cosa, sono sicura che le persone delle quali ho parlato se interrogate direbbero tutte che no, che sto esagerando, che stavano solo prendendomi in giro e che in realtà mi adoravano. Palle. Un conto è prendere in giro una persona sicura di sé per divertirsi e ricevere pan per focaccia. Ridere con lei. Un’altra è prendere una persona e demolirla in mille piccoli pezzetti. Beh vorrei dirvi che le parole hanno un peso, e questo peso nell’infanzia e nell’adolescenza si moltiplica per mille. Sicuramente non volete DAVVERO che la vostra vittima si ammazzi, però beh, è una cosa che dovete prendere in considerazione quando iniziate la vostra sistematica opera di smantellamento e vampirizzazione della psiche altrui. Pensateci.

Questo non è un blog politico

07/10/2012

Questo non è un blog politico, anche se qualche appiglio alla politica ce lo si trova, ma in linee piuttosto generali.
Però, succede che in Sicilia a fine mese si tengano le elezioni regionali e che fra i candidati all’Assemblea Regionale figuri, a Ragusa, Ester Nobile, nelle liste di SEL. E quindi, non potendo votare per lei, vorrei però anch’io, per quanto possibile, fare qualcosa.
Ester ha scritto qualche giorno fa una nota, e le ho chiesto, ed ottenuto, l’autorizzazione a pubblicarla anche qui. Lascio quindi la parola ad Ester.

Perché ho deciso di accettare la proposta di candidarmi con SEL per Claudio Fava e Giovanna Marano alle regionali in Sicilia

Oggi come oggi dire in Italia con nonchalance di candidarsi per un partito politico può avere gli stessi effetti benefici di dichiararsi pubblicamente lesbica a Teheran. So bene che molti staranno ridacchiando perché se c’è una causa che appare persa io sto sempre lì a spupazzarla. Così esporrò in brevi e salienti punti i motivi di avere accettato la proposta di SEL di candidarmi alla regione, giusto per farvi capire che non sono necessariamente così cretina

-Perché la Sicilia è la sputacchiera d’Italia. Ogni anno Il Sole 24 Ore stila la classifica delle città con la qualità della vita migliore, e quest’anno Palermo e Catania sono riuscite pure a battere Taranto. Manco la diossina riesce a fare peggio dei nostri amministratori locali e regionali.

- Perché non ne posso più di vedere link cretini sull’orgoglio di essere siciliani, o peggio link sull’orgoglio di appartenere a questa terra (a parte non capisco perché da Roma in giù gli italiani chiamino le loro regioni di appartenenza mai regione, ma terra: ma dove la vediamo la terra che poi viviamo tutti in condominio, magari con vista su ulteriori condomini?). Non ne posso più di questo maledettissimo orgoglio ipertrofico che altro non è che la reazione alla vergogna di abitare nella regione più devastata economicamente e socialmente della penisola. Alla vergogna di saperci sempre gli ultimi della classe, di convivere con contraddizioni e malversazioni che non trovano mai una soluzione, dalla culla alla tomba. Io non voglio più dirmi orgogliosa di essere siciliana senza se e senza ma per difendermi in qualche modo dall’aria di sufficienza con cui tutti guardano a questa regione. Dell’orgoglio non mi importa, io vivo per essere felice. Voi?

- Perché vivo ogni giorno sulla mia pelle il disastro di un paese affidato ad imprenditori, commercialisti economisti ecc ecc. Quindi ben vengano a guidarci un giornalista/scrittore e una sindacalista.

-Perché la politica fatta solo nel tinello di casa anche no. E vabbè, sono cretina, che tanto non cambia mai niente, la politica è tutta una mafia, che ti frega, fatti una vita. E vabbè. Ma tu che stai leggendo e lavori più di otto ore al giorno per seicento euro al mese che tanto te ne vai tu ce ne stanno trecento come te, sei proprio sicuro sicuro che sono io quella cretina?

-Perché Giovanna Marano è della FIOM e la FIOM è stata l’unica ad opporsi al piano Fabbrica Italia di Marchionne, secondo cui il motivo per cui nessuno compra le Dodge anni novanta schifate financo in America ma riverniciate con il logo Lancia è perché gli operai possono andare in bagno durante il loro turno in catena di montaggio. Dicevano fosse anti storica, ora pure Della Valle parla come Landini. Perché la Marano, mentre Lombardo sistemava tutto l’albero genealogico, si è accollata le vertenze del petrolchimico di Gela e di Termini Imerese. Perché sono tra i pochissimi in questo paese a non fare i neoliberisti con il culo degli altri.

-Perché se mi dessero un euro per ogni volta che leggo che sta per avvenire una rivoluzione in Sicilia nei manifesti dei candidati per la trentordicesima volta al parlamento regionale, il chirurgo plastico della Minetti lo potrei rendere ricco io

-Perché scegliere di restare in questa regione non significhi sempre cavare il sangue da una rapa

-Perché a tutti quelli che pensano che se due omosessuali si sposano Gesù piange e arrivano i comunisti a cavallo dei dinosauri vorrei tanto ridere in faccia

-Perché sono bellissimi i programmi delle altre trecentosettantasette coalizioni, le coalizioni quelle realiste, mica gli scrittori/sognatori/filosofi come Claudio Fava. Ma se le persone che devono applicare questi programmi sono le stesse che ci hanno portato al default, scusate tanto, per me possono pure promettere di sviluppare l’allevamento intensivo di unicorni color arcobaleno, chi gli crede più? Quindi noi saremo sognatori e vabbè, ma gli altri che sono?

-Perché in politica i numeri contano, quindi che senso ha votare per chi perderà? Però se tutti votiamo per le persone che sicuramente perderanno, sicuro che qualcosa cambierà

Avevo anche altri motivi in testa, ma questa nota non finisce più sennò. Dato che ogni volta che mi metto alla tastiera ambisco ad essere vibrante nella prosa come Silvia Plath, ma poi mi ritrovo sempre a fare delle robe che manco Selvaggia Lucarelli, citerò una delle mie scrittrici preferite, Herta Muller.

“E’ stupidità che uno stato [... ] impedisca tutto ciò che è già pronto pur di rubare tempo alla vita e costringere le persone a concentrare i pensieri sulle minime questioni quotidiane. Tutto questo agisce come un sedativo, incolla saldamente la vita al sopravvivere.”

Adversus parulanos (sono laureato in lettere classiche, pardon)

21/09/2012

Il recente commento della lettrice Anna al mio post su coloro che da me si chiamano parulani (probabilmente da “palude”) mi ha fatto riflettere un po’ sull’opportunità di un piccolo articolo di aggiunta, carico di link, così chi magari volesse saperne di più non sarebbe costretto a cercare le normative in un mio commento in calce a un post.

Dunque, sulla pubblicità fonica, a quanto pare (se c’è qualche giurista in lettura, si faccia avanti e corregga gli eventuali miei errori), ogni Comune si autodisciplina, secondo quanto prescritto dall’articolo 23 comma 8 del Codice della Strada e dall’articolo 59 commi 1-2 del relativo regolamento di attuazione. Alcuni comuni, come Sarno, non hanno una propria normativa in materia. Altri, come Pontecagnano (SA), Cazzago San Martino (BS), Signa (FI), Ferrara, Parma e Torino, hanno previsto determinate fasce orarie e zone del territorio in cui la pubblicità fonica è consentita. Altri invece, come Firenze, Siracusa, Lecce, Galatina (LE), Varazze (SV) Brandizzo (TO) e Bardolino (VR) l’hanno vietata, punto e basta. Con l’ovvia eccezione di messaggi di pubblico interesse e campagna elettorale – perché oltretutto, se sotto casa tua passano 5-6 venditori col megafono al giorno (e non sto esagerando, lettori), alla fine quella volta che passa la macchina del Comune per avvertirti che domani mancherà l’acqua tu rischierai di non sentirla o di derubricarla a “fastidio”, e poi ti voglio vedere a farti la doccia l’indomani mattina.

Non è vero, quindi, che si può accettare supinamente lo status quo. Però, però. Non so fino a che punto una normativa del genere possa essere richiesta “dal basso” con raccolte di firme e quant’altro. Dopotutto se questi signori stuprano le nostre orecchie, è perché hanno mercato. E la gente abituata a comprare da loro volete che firmi la petizione per proibire questo tipo di attività? Oppure si rischierebbe di chiudere il tutto con la soluzione salomonico-pilatesca “nelle fasce orarie 9-13 e 16-19 è consentito”, che sono per l’appunto le fasce orarie predilette dai parulani. Cioè, avere una normativa-boomerang, una specie di legge-fotografia che legittimi l’esistente, e sarebbe peggio.

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