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Pagate gli insegnanti

13/07/2014

Qualche tempo fa lo misi online, ma come potete vedere è ancora vuoto. Vediamo che farne.

Proposte operative

17/05/2014

Sul tema del lavorare gratis nelle private ho anche aperto un thread sul forum di Orizzontescuola. Siccome l’argomento mi pare importante, fornisco qua il link.

Consigli a un giovane laureando

02/04/2014

Caro laureando,

innanzitutto auguri per la tua laurea, goditi il momento (godi fanciullo mio, stato soave ecc. ecc.) soprattutto in quanto giunto al termine di un periodo intenso e sofferto. Presumo che tu già sappia cosa tu voglia fare nella tua vita, quali saranno le strade che cercherai di percorrere dopo questo importante traguardo. Ma. Sì, c’è un ma, e non voglio per niente guastarti la festa, prendila piuttosto come una piccola avvertenza perché il giorno del tuo festeggiamento non si tramuti nell’inizio di un incubo.

Il consiglio è questo: lascia perdere il meraviglioso mondo dell’Università. E non solo perché sta per scapezzare (almeno ci spero) e quindi tu nel momento in cui scapezzerà dovrai starne ben fuori per goderti al meglio lo spettacolo. Ma soprattutto perché non è un mondo meraviglioso, anzi tutt’altro. Fidati. Tieni a mente queste raccomandazioni.

  1. Non tentare il dottorato, scappa più lontano che puoi. Altrimenti sarà l’inizio della fine. Con la tesi ti sei “divertito”? Cioè, hai fatto una ricerca che ti ha appassionato? Bene, buon per te. La tesi ti serviva, sennò non ti laureavi. Ora basta, però. La tesi di dottorato può essere più appassionante della tesi di laurea, la scriveresti meglio, magari ti sarebbe anche pubblicata. Ma è il canto delle Sirene, e tu non sei Ulisse. Tappati le orecchie e di’ «no, grazie», come ho fatto io.
  2. Se lo tenti e lo vinci, non accettare se non ti viene assegnata una borsa. Ragazzo, il dottorato senza borsa è il primo cerchio dell’Inferno. Significa iniziare a lavorare gratis, e vedrai quante belle soddisfazioni avrai.
  3. Qualunque cosa tu tenti, tieni conto che con enormi probabilità i giochi sono già fatti. Ci sono concorsi per assegni di ricerca, dottorati (aridaje) eccetera i cui vincitori sono già vincitori prima ancora di presentare il progetto di ricerca. Anzi, prima ancora di elaborarlo.
  4. No, non sto parlando per forza dei figli di papà. La raccomandazione ormai te la fai tu, non (solo) le tue origini. Vedremo come. E comunque non è sempre un fatto di raccomandazione: tieni conto che i suddetti concorsi e roba varia hanno già il vincitore in anticipo perché o sono smaccatamente ad personam o perché funzionano secondo il metodo del giro di giostra: i docenti decidono che quest’anno tocca al tuo collaboratore, l’anno prossimo tocca al mio, prima o poi sulla giostra salgono tutti (i collaboratori sono qui usati come semplice accessorio del docente, l’uno vale l’altro, nel senso che se l’anno prossimo il mio collaboratore sconfitto se ne va da un’altra parte, vincerà il mio prossimo collaboratore). Spesso prescindendo totalmente dal merito.
  5. Non accettare qualsiasi sfruttamento perché poi un giorno passerai dall’altra parte della barricata. Non c’è niente di peggio dello schiavo che studia per diventare padrone. A parte che uno su mille ce la fa, e non è detto per niente che quell’uno sia tu, ma poi qual è il prezzo del diventare padrone? Tanta tanta fatica poco o niente gratificata, anni e anni di lavoro gratis, ragazzi da esaminare, tesi da correggere, ricerche da fare, professori da aiutare, i professori che poi ogni tanto ti aiutano con qualche osso buttato dal loro tavolo, qualche assegnuccio, qualche gettoncino di presenza, qualche pubblicazioncella, ma la carne la mangiano loro. Certo, non è colpa loro, è il sistema che funziona male, ed esistono ancora gentiluomini anche fra costoro, che guadagnano in un mese quello che tu guadagni se ti va di culo in quattro anni (se ti va di culo, ripeto). Ma è comunque un sistema marcio e clientelare, ti devi buttare sotto un santo protettore se vuoi tentare di avanzare (attenzione: tentare di avanzare, non avanzare. Tentare. Chiara la differenza?). E c’è anche chi ruba il tuo lavoro, o lo usa per farsi bello e per consolidare le sue rendite di potere. C’è. Come c’è chi sfrutterebbe il tuo lavoro anche ben oltre l’orario normale, anche al di fuori delle tue mansioni. No, non sto parlando di sesso. Magari. Troppi accettano qualsiasi cosa. Alcuni perché ancora ci credono, sono sinceramente convinti che sia quella la strada per arrivare a destinazione, e si sacrificano con spirito di abnegazione degno di miglior causa, ma alcuni sanno benissimo cosa fare. Si sacrificano anche loro, si sbattono anche loro come dei dannati, ma rispetto agli altri sono furbi, sanno cogliere al volo le occasioni, sanno anche giocare sporco e lo fanno volentieri se serve ai loro scopi.
  6. E poi una volta diventato padrone? Ci hai pensato? Sfrutterai quelli come te. Non vale il discorso “ma io sono diverso”. Ti ho già detto che i galantuomini esistono anche in quell’ambiente. Sono umani, onesti, credono nella ricerca e nei loro collaboratori, tentano in tutti i modi di aiutarli, ma alla fine sbattono anche loro contro i limiti del sistema, di un sistema che si fonda sul lavoro gratis di quelli come te. Ma che paga quelli come loro. E profumatamente anche.

Quindi, amico mio, auguri. Ma ora che hai finito, vattene. Le tue ricerche se le vuoi fare falle, da solo. O comunque da esterno. Collabora, ma non farti inquadrare nel sistema. Chiudi i rubinetti di carne da cannone che alimentano l’Università italiana. È marcia. Non si può curare, deve scapezzare per poi essere rifondata. Da capo. E per essere rifondata da capo non ci vogliono né i vecchi padroni, né tantomeno gli ex-schiavi che ce l’hanno fatta, che spesso sono peggiori dei loro capi.

 

Questo post è dedicato a una mia Amica molto cara, e alla sua nuova consapevolezza costatale fin troppo caro in termini di umore e di freschezza mentale. Ti voglio bene, Amica mia.

La nuova frontiera della critica d’arte (ovvero: Del mangiare la merda con forchetta e coltello)

10/03/2014

Pochi giorni fa è stata installata al centro di Sarno, su una rotatoria, una scultura intitolata “Morte di una lavandaia”. Personalmente non mi piace nemmeno un po’, ma non è di essa che voglio parlare: per questo non ci metto una foto, anche perché non sarebbe una mia foto visto che non gliene ho scattate; non metto nemmeno link a giornali online perché, a quanto mi risulta, non esistono articoli che ne parlino, ma anche se ci fossero, non li metterei comunque perché non è questo il problema. C’è chi apprezza l’arte contemporanea, e io non sono fra questi; ma l’importante è che chi apprezza questo genere di opere sia sinceramente convinto che siano belle, che insomma gli piacciano. Non che se le faccia piacere per i motivi più disparati: non amo chi ingoia pillole amare fingendo siano zuccherini. E invece uno si permette di scrivere che l’opera non piace, fa cagare, è una stronzata, ed ecco che si dà sfogo ai sentymenty offesy. L’autore, i parenti, ma soprattutto gli amici, dai colleghi artisti a varie persone di cultura (sia detto senza ironia, sto parlando di gente davvero preparata nel proprio campo). Tutti uniti nella pittimiata a reti unificate, che si declina in vario modo:

  1. “Ovvove! Che volgavità!”. Poi sono gli stessi che ridono quando qualche comico in tv dice le parolacce. O che dicono che Vittorio Sgarbi eeeeeh ma lui ne capisce, è un po’ sopra le righe ma quanta cultura. Ma poi, ok, volete concentrarvi un pochino sul contenuto e non sulla forma, voi che estasiati ammirate il profondissimo contenuto di questi capolavori?
  2. “Sei un critico d’arte? No? Allora non puoi dire che è brutta!” Ma puoi però dire che è bella, come faccio io che nemmeno sono un critico d’arte. Anzi, devi dire che è bella. Sennò sei brutto sporco e cattivo e io non gioco più con te e mi porto via pure il pallone, uffi.
  3. “Ma l’artista è sarnese! Che schiaffo alla vostra città, criticoni che non siete altro!” E qui casca l’asino. Vale a dire: se questa stessa identica scultura non l’avesse creata un amico mio, stesse sulla rotonda di un altro paese e io ci capitassi per caso, probabilmente direi “E che è sta stronzata?”. Il campanilismo è il male, è inciviltà all’ennesima potenza, è snobismo provinciale idiota di chi dice che l’erba del vicino è sempre più marrone della nostra, ed è uguale e contrario allo snobismo provinciale dei cretini che dicono che il posto dove vivono è merda e che altrove è un paradiso, per definizione.
  4. “Può piacere o non piacere, ma è Arte, e l’Arte va interpretata, non giudicata”. Certo che può piacere o non piacere, tesorucci, apposta è arte o presunta tale, e da che mondo è mondo, l’arte è sottoposta a un giudizio estetico, cioè fondato sulla dicotomia bello/brutto. Anche quando è arte su commissione, se al committente non piace il prodotto, l’artista deve rifarlo. Quindi, per favore, silenzio. Ho tutto il diritto di dire che un’opera d’arte è brutta come voi avete il diritto di dire che è bella, basta che come me siate in buona fede e che non diciate che è bella perché non si può dire che non è bella: non vale. State barando.

Comunque, questo è il livello della polemica. Mi saltano alla giugulare (senza nominarmi però eh) come i cani di cancello – grazie Amlo per la metafora e per aver espresso meglio di me il concetto –, ritenendosi superiori a me che dico che quella roba è inguardabile. Perché non argomento, dicono loro, perché non faccio le critiche costruttive, come se avesse senso il concetto di critica costruttiva nel giudizio estetico. La realtà è invece questa: se faccio l’artista, creo un monumento e lo colloco in pubblica piazza, soprattutto in quanto opera d’arte contemporanea, astratta, devo essere non pronto, stra-pronto alle critiche, alle pernacchie, ai pomodori. Sennò l’artista non lo faccio o lo faccio nel salotto di casa mia, invito amici, parenti e critici d’arte e ce la cantiamo e ce la suoniamo fra di noi, e tutti vissero felici e contenti.

Ma i migliori sono coloro che si lanciano in spericolate esegesi di siffatte opere, facendo come fa in genere la critica d’arte quando si occupa di prodotti artistici contemporanei. Prende l’opera e il titolo (che nel 90% dei casi c’entra con l’opera come un frullatore c’entra con un libro), ci costruisce un discorsone pieno di concettoni tipo “la decostruzione del Soggetto” e la gente, ahimé anche di cultura, fa «oooohhhhh ma guarda quant’è profondaaahhhhhh io non l’avevo capitooooohhhh». Quando poi non ci legge dei significati valoriali, dei sovrasensi di impegno civile, la denuncia, la rottura.

E ora vi racconto un fatto. Con l’associazione di cui faccio parte abbiamo allestito, presso il Museo Archeologico Nazionale di Sarno una mostra di vignette sulla Shoah e sulla Resistenza. Il giorno dell’inaugurazione fu portato un mazzo di fiori freschi e collocato sul tavolo nella sala d’ingresso, accanto a reperti d’epoca e a vignette. Poi, per un motivo o per un altro, i fiori sono rimasti lì e si sono seccati. Spesso vengono delle scolaresche in visita alla mostra, e durante una di queste visite, mentre illustravamo le vignette e i reperti, e spiegavamo ai ragazzi di quella scuola media la storia atroce dell’Olocausto e di come noi italiani non possiamo assolverci dalle nostre responsabilità, un’insegnante mi ha chiesto cosa ci facessero quei fiori sul tavolo accanto ai giornali e al quaderno di scuola di una bambina che fu internata in un campo di concentramento. Colto alla sprovvista, me ne sono tuttavia uscito con un bellissimo discorso su come i fiori stessero lì non a caso, ma per simboleggiare le vite di tanti bambini stroncate, come fiori, dalla brutalità dei nazisti e dei fascisti. Appigliandomi anche a una tavola esposta, che ha un significato esattamente opposto, in quanto vede trasformare del filo spinato in un ramoscello di pesco. Il fatto sapete qual è? Che io con quel mazzo di fiori appassiti ho fatto esattamente come fanno i critici. Ho preso un oggetto e gli ho applicato artatamente un concetto che non c’entra (che poi, vista la somiglianza con una delle tavole esposte, la connessione non è nemmeno così tanto tirata per i capelli, ma insomma, i fiori secchi erano fiori che si erano seccati, non volevano simboleggiare nulla). Ho barato, e il mio bluff non è stato sgamato.

Tre parametri per valutare uno scritto

09/03/2014

La causa occasionale è un dibbbbbattito tenutosi ieri, a distanza, su un argomento circa il quale scriverò domani, se mi gira e non appena, come diceva De Gregori, mi sarò pettinato i pensieri col bicchiere nella mano (il titolo, ad ogni modo, sarà “La nuova frontiera della critica d’arte, ovvero del mangiare la merda con forchetta e coltello”). Ma veniamo al sodo. Per valutare uno scritto, più precisamente uno scritto non-narrativo e non-poetico (ma con le debite tare questi parametri sono applicabili anche alla narrativa, ma alla poesia temo di no, almeno non alla poesia lirica, poi se qualcuno più capace di me riesce a trovare connessioni, ben venga, anzi sarebbe davvero auspicabile), tre sono i parametri da tenere presenti. Ovviamente a prescindere dai gusti personali, ad esempio a me dà fastidio l’abuso dell’aggettivo anteposto al nome, e per me chi ne abusa scrive male perché vuol darsi un tono e non si rende conto che non sempre si può anteporre l’aggettivo al sostantivo senza cambiare il significato di una frase (per non parlare dell’orrido sintagma AGG+SOST+E+AGG, tipo “stupendi occhi e profondi”, un vero insulto alla lingua italiana a mio immodesto parere), cioè un conto è dire “il cielo azzurro”, un conto è dire “l’azzurro cielo”, e mi fermo qui perché non sto tenendo una lezione di linguistica italiana. Basti dire che l’aggettivo anteposto al nome, soprattutto se preceduto a sua volta dall’articolo, come i Greci sapevano meglio di noi, forma un tutt’uno con il nome, è qualificante al massimo grado, e non presuppone normalmente un contrasto. Ma de hoc satis, di ciò può bastare.

I tre parametri, dicevo.

1) Lo scritto contiene errori di grammatica o di lessico? Se sì, sono consapevoli o involontari? Se ci sono e sono involontari, lo scritto è scritto male.

2) Si capisce dove vuole andare a parare l’autore? Se l’autore innalza una cortina di fumo dilatando il suo ragionamento per decine e decine di pagine saltando non di rado di palo in frasca e senza mai fermarsi per sputare per terra, se l’autore usa una sintassi contorta e intricata che costringe il lettore a tornare alle scuole medie e fare l’analisi del periodo, se l’autore adopera parole inutilmente difficili o in un’altra lingua senza tradurle (avete notato che ho tradotto de hoc satis? Non tutti capiscono il latino), se l’autore fa oscure allusioni a qualcosa che lui e pochi altri conoscono, un libro, un’opera d’arte, senza spiegare le suddette allusioni, allora lo scritto non è un buono scritto.

3) L’autore è in buona fede? Se no, lo scritto non è valido. Nel concetto di buona fede rientra anche l’uso corretto delle fonti, l’argomentazione onesta e senza fallacie, almeno senza fallacie volontarie (stavo per scrivere “volontarie fallacie”, ma non sono uno di quegli scrittori che fanno spalancare la bocca dallo stupore alle capre).

 

P. S. Mentre vergo queste righe, mi capita sotto l’occhio questa lepidezza, che proprio si attaglia a quello che vorrei scrivere domani.

Tre anni (e un giorno)

03/03/2014

E non cambia niente. Anzi. Domani è Carnevale.

E adesso attaccate anche me

22/02/2014

C’è poco da fare. Noi campani siamo incivili, e basta. Pretendiamo di essere i migliori, ci copriamo gli occhi davanti a quello che ci uccide, fino al punto di negare ad esempio che nell’Aversano sotto terra c’è di tutto e di più, e quel di tutto e di più non fa bene. Neghiamo oppure piangiamo il destino cinico e baro o gli altri cattivi (ma qui i cattivi ce li abbiamo sotto il culo, per cui si glissa alla grande). Ma intanto ci incazziamo perché ieri, quarta serata del Festival di Sanremo, la Gialappa’s Band avrebbe fatto battute razzistiche tipo “chi se ne frega della terra dei fuochi”. Quando invece la realtà è ben diversa. Ma si sa, andare a controllare costa fatica, è meno faticoso affidarsi alle parole del primo giornalista che evidentemente si sbatte il cazzo di andare lui stesso a controllare se per caso avesse sentito male, ammesso che lui la diretta l’abbia ascoltata. Ma si sa, siamo il popolo dell’indignazione un tanto al chilo. Guai a chi ci tocca, noi possiamo dire di tutto su tutti (i settentrionali che ci hanno derubato dopo l’Unità è un must da qualche tempo a questa parte, che dire di questa acuta e approfondita analisi storica? E meno male che sulla terra dei fuochi ancora non ho sentito le urla di accusa contro i settentrionali), ma se qualcuno ci sfotte apriti cielo. Per questo noi non diventeremo mai civili. Non saranno queste indignazioni da mocciosi a salvarci, anzi.

E adesso attaccate anche me, corregionali di merda.

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